LA RINASCITA CULTURALE DEI SECOLI XII E XIII
Dopo avere considerato alcuni aspetti del rinnovamento
cristiano operatosi nel corso dei secoli XI e XII, passiamo a considerare
il fenomeno del rinnovamento culturale, che si compì proprio nello stesso periodo
storico.
Questo rinnovamento viene spesso indicato in sede
storiografica con l’espressione: "Rinascita del XII secolo": questa denominazione
in fondo reagisce a quella tendenza, che, qualificando il secolo XV come
Rinascimento, giudicava il Medioevo come un momento assolutamente negativo e di
decadenza.
Ma, a dire il vero, nel corso del Medioevo è possibile
rinvenire accanto alla rinascita del secolo XII una rinascita ottoniana del
secolo X e una rinascita carolingia del secolo IX, per cui si deve
legittimamente concludere che la continuità tra i secoli IX e XII non fu mai
del tutto interrotta. Ed ancora si può legittimamente asserire che il grande
Rinascimento del secolo XV non contrasta in maniera assoluta con la cultura
precedente, anche se così parve agli umanisti.
Per cogliere in maniera più completa la portata della
rinascita culturale del XII secolo dovremo riferirci alla vita culturale dei
momenti precedenti.
Bibliografia:
Per una panoramica sintetica dell'evoluzione culturale
nel periodo, che va dal IX secolo al XII secolo, riportiamo alcune opere, che
sono facilmente accessibili.
In generale:
A. Forest, F. van Steenberghen, M.
De Gandillac, Il movimento
dottrinale nei secoli IX – XIV : Storia della Chiesa di Fliche
Martin, XIII, Torino 1965
é. Gilson, La
filosofia nel medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del secolo XIV, Firenze 1973
Philippe Wolff, Storia e cultura del medioevo dal
secolo IX al XII (=Universale Laterza 119), Bari 1971
Per la filosofia:
M. de Wulf, La storia
della filosofia medioevale, 3 volumi, Firenze 1944-1945-1949
E. Bréhier, La filosofia del
Medioevo, Torino 1952
Per la letteratura:
M. MANITIUS, Geschichte
der lateinischen literatur des mittelalters, 3 volumi, München 1911-1931
J. de Ghellinck, Litterature Latine Au Moyen Age, 2 volumi, Paris 1939
Per la teologia:
M. SCHMAUS, Katholische Dogmatik, 7 volumi, München 1948-1958 (opera sistematica)
F. Cayré, Patrologia e storia della teologia, 2 volumi, Roma 1936-1939
M. Grabmann, Storia della
teologia cattolica dalla fine dell'epoca patristica ai tempi nostri, Milano 1939
J. de Ghellinck, Le
mouvement théologique au douzième siècle, Paris 21948
J. LECLERQ, Cultura umanistica
e desiderio di Dio, Firenze 1965
M.-D. CHENU, La théologie au
douzième siècle, Paris 1957 (trad.
italiana Milano 1972)
C.H. Haskins, La rinascita del XII secolo, Bologna 1972
Per gli studi biblici:
H. de Lubac, Esegesi
medievale, 2 volumi, Roma 1972
Esegesi
medievale. I quattro sensi della scrittura, 4 volumi, Milano 2006
B. Smalley, Lo studio della Bibbia nel Medioevo, Bologna 1972
La Rinascita carolingia del IX secolo
L’interesse culturale, che nel corso del secolo IX
secolo investì la corte di Carlo Magno e dei suoi discendenti, non fu
interesse per la cultura in sé, ma interesse meramente strumentale, in funzione
del programma politico-religioso, che Carlo Magno intendeva perseguire: questa
prospettiva emerge chiaramente dalla "Epistola de litteris colendis" (M.G.H.
Capit.I, 1883, pp 78-79).
Tra i mezzi utili alla realizzazione dell'impero cristiano
in terra, che è immagine dell'impero divino celeste, vi è appunto lo
strumento-cultura. Lo studio delle sette arti liberali: il Trivium (grammatica
retorica dialettica) e il Quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia, musicaè
lo strumento necessario e la condizione previa per la correzione e spiegazione
dei testi sacri, per la elaborazione delle collezioni canoniche, per la
determinazione della prassi cultuale e dei testi liturgici. E’ chiaro che per
il fine pratico, cui era ordinata la rinascita culturale carolingia,
l'accento veniva posto soprattutto sul Trivium e nel Trivium veniva dato
rilievo particolare alla grammatica. Una “Admonitio generalis” del 789 (M.G.H.,
Leges, II, Capit.I, 1883) faceva obbligo alle chiese
episcopali e alle abbazie di aprire scuole. In circostanze favorevoli persino i
parroci di campagna riuscirono ad aprire scuole elementari per i fanciulli.
Questo tipo di lavoro culturale ebbe il centro
propulsore però nella scuola Palatina, istituita alla corte carolingia, dove
venivano fatti confluire i colti più rinominati del tempo.
Questo lavoro culturale si configurò non come
creazione di qualcosa di nuovo, ma come rinascita dei Padri latini, dei
classici latini e della lingua latina: ciò si vede chiaramente per esempio a
livello teologico: i trattati teologici del tempo, infatti, non furono che una
compilazione delle opere dei Padri.
Sottolineiamo tre aspetti positivi di questa
rinascita:
+
a livello di scrittura: fu creata la scrittura carolina , che si segnala
per una maggiore chiarezza e una maggiore distinzione delle lettere, delle
parole e delle frasi. La scrittura carolina continua ad essere alla base del
nostro alfabeto.
+
A livello di lingua: non si giunse certo alla restaurazione del latino
classico, però si cercò di escludere il più possibile i volgarismi. In questo
modo si creò una lingua per tutti i colti d'Occidente: si trattava di un latino
di impronta biblica e patristica. Conseguenza di ciò fu la netta separazione
del latino dalle lingue romanze: per questa via, a lungo andare, presero sempre
più sopravvento le lingue romanze ed il latino divenne sempre più lingua morta.
+
A livello di testi: oltre ad un lavoro di revisione del testo latino della
Bibbia di Gerolamo, lavoro che fu condotto in parte su testi ebraici, oltre ad
un lavoro di trascrizione e diffusione dei testi patristici, si ebbe un preciso
lavoro di trascrizione e diffusione di testi classici latini. In connessione
con quest'opera si ebbe la nascita di scriptoria, biblioteche, scuole, che
costituirono un po' l’infrastruttura del movimento culturale europeo.
Insomma in generale possiamo dire che la rinascita
carolingia promosse un lavoro di riordinamento e di unificazione, che farà
sentire i suoi effetti per secoli.
Questa prima rinascita, che rese possibile tutte le
altre, fu il risultato di una stretta collaborazione tra gli indigeni romani e
i "barbari", i nuovi venuti nell'Occidente... Si può infatti dire che
nell'età carolingia l'Occidente aveva oramai "digerito" gli invasori
ed era pronto a dare un contributo positivo: a ciò contribuivano da una parte
la base culturale della vecchia Roma, vivente in paesi fortemente romanizzati
come l'Italia e la Spagna, dall'altra parte la particolare cultura anglosassone
fatta di elementi classici insegnati sulla scia del cristianesimo e dall'altra parte
ancora l'elemento franco che, riunificando l'Occidente, fornì il quadro
politico unitario, in cui tale cultura poté formarsi e diffondersi.
Non mancarono però dei limiti nella rinascita
carolingia: in particolare va sottolineato che essa fu un movimento privo di
ampiezza, limitato a qualche centinaio di studiosi in tutto l'Occidente e per
lo più si trattava di esponenti del mondo clericale. Ciò è spiegato dal
fatto che allora la società occidentale si stava ricostruendo su nuove basi e
pertanto le condizioni straordinariamente primordiali, in cui l'Occidente
versava, consentivano soltanto ad un élite di persone la possibilità e il gusto
di dedicarsi a studi intellettuali.
Va inoltre sottolineato che si trattò di un movimento
senza originalità, sprovvisto di un suo vero proprio pensiero filosofico e
scientifico, un movimento chiuso, che per la sua ignoranza della lingua, era
tagliato completamente fuori dal mondo culturale dei Greci e incapace d'altra
parte, anche se avesse potuto penetrarvi, di trarne vantaggio per mancanza di
strumenti logici.
Va infine rilevato che la rinascita carolingia fu in
gran parte determinata dalla personalità di Carlo Magno. Non appena scomparirono
Carlo Magno e la struttura politica da lui creata, la rinascita culturale
carolingia entrò in grave crisi. Le riuscì di sopravvivere, sia pure in maniera
ridotta, grazie alla politica scolastica del grande imperatore, che aveva
imposto ai monasteri e alle chiese episcopali l'erezione di scuole. Queste
scuole monastiche e cattedrali poterono continuare la loro attività anche per
il fatto che i privilegi ed i beni ottenuti avevano loro procurato autonomia dai
destini della dinastia carolingia.
Tuttavia nel corso del secolo XI anche per le scuole
monastiche e per le scuole cattedrali venne la crisi: in quel tempo di anarchia
e violenze, determinato dalle mire particolaristiche della aristocrazia
rurale-militare, i beni ecclesiastici furono facile preda dell’avidità dei
laici, per non dire poi delle devastazioni e saccheggi, operati dalle invasioni
degli Ungari, degli Arabi e degli Scandinavi.
Ricordiamo alcune personalità, che si distinsero
nell'ambito della rinascita culturale carolingia: Paolo Diacono, Paolino
d'Aquileia, Pietro di Pisa, Teodulfo e Alcuino di York.
La rinascita ottoniana
Come abbiamo accennato, si
parla anche di rinascita ottoniana in connessione con la "renovatio
imperii "del 962 e con il consolidarsi dell'impero tedesco.
Il fattore essenziale fu
l'attività svolta dalla dinastia degli Ottoni, pertanto l'area geografica
interessata da questo fenomeno non fu l'Ovest, non fu la Francia, che era
invischiata nei particolarismi in conflitto fra loro, ma l'Est, cioè la
Sassonia, dove il potere saldo della dinastia degli Ottoni garantiva unità e
pace.
Nei primi decenni del
secolo XI questa geografia culturale subì una modificazione importante: i
Salii succedettero agli Ottoni e la Sassonia praticamente si dissolse. I
nuovi centri culturali si affermarono nella Renania, nel Sud della Germania e
nella Lotaringia.
Sotto il profilo culturale
si deve dire che questa rinascita non eguagliò quella carolingia: non si può
infatti paragonare la produzione letteraria né per quantità né per qualità e
in rami come l’esegesi biblica si ebbe
un vuoto assoluto.
Tuttavia questa seconda
rinascenza segnò la fase di passaggio tra la rinascenza carolingia e quella del
secolo XII: in particolare non fece altro che conservare elementi della
rinascenza carolingia, soprattutto ne conservò le strutture scolastiche (scuole
monastiche e scuole delle cattedrali). Qui si continuò a seguire lo schema
delle sette arti liberali.
Nel Trivio, che ancora
prevaleva, si insegnava la grammatica, utilizzando la “Ars minor” e la “Ars
maior” di Donato e la “Ars grammatica” di Prisciano.
Per la dialettica si
utilizzavano soprattutto:
·
La “Εἰσαγωγή” di Porfirio nella traduzione di Vittorino e Boezio;
·
le “Categorie” e il “De interpretaztione” di Aristotele nella
traduzione e nei commenti di Boezio,
·
i commenti di Boezio ai “Topici” di Cicerone, commenti che
sono andati persi;
·
i commenti di Boezio agli “Analytica priora” e agli “Analytica
posteriora” di Aristotele, anche questi commenti a noi non sono pervenuti.
Per quanto concerne la
retorica si faceva riferimento agli scritti di Boezio, Virgilio, Marziano Capella,
Orazio, Persio, Giovenale, Stazio, Terenzio, Lucano, Sallustio e una riduzione latina
dell'Iliade, composta nel primo secolo dopo Cristo. Ma è all'opera di Cicerone che
veniva dato un rilievo particolare.
Il Quadrivium invece aveva
ancora un ruolo secondario.
Ma se da una parte la
rinascita ottoniana non fece altro che conservare elementi della rinascenza
carolingia, dall'altra comportò però un'opera di approfondimento, compiuto da
alcune personalità particolarmente dotate, quali Abbone di Fleury, Raterio
di Liegi, Gerberto di Aurillac. In quest'ultimo soprattutto rinveniamo dei tratti
di novità, che spinsero verso il XII secolo dei dialettici e degli influssi
arabi:
·
nel Trivio Gerberto anziché la grammatica privilegiò la retorica e
la dialettica;
·
inoltre Gerberto fu anche un cultore del Quadrivium, in
particolare della matematica e dell'astronomia: in ciò gli furono maestri degli
Arabi, che ebbe modo di incontrare nel corso di un suo viaggio in Catalogna.
Nel secolo X e nella prima
parte dell'XI secolo si incontrano soltanto pochi monasteri illuminati (San
Gallo, Montecassino), alcuni nuclei intellettuali (ad esempio i discepoli di Gerberto)
e alcuni focolai di studi secolari (ad esempio la medicina del salernitano, il
diritto e l'amministrazione nei centri di Ravenna, Pavia, e forse in Provenza).
Non si esagera se si
definiscono questi focolai delle oasi nel deserto delle lettere. Questi intellettuali
erano strettamente legati fra loro, perché non avevano quasi pubblico, erano
enciclopedici, perché non avevano accesso che a informazioni molto limitate ed
erano sempre pronti a spostarsi, nonostante le difficoltà dei viaggi, perché
manoscritti e dotti esistevano solo in poche località famose (cfr R.S.LOPEZ, La nascita dell'Europa. Secoli V-XIV, Torino 1966, p 201).
La rinascita del XII secolo
Il secolo si apre con la stagione
fiorente delle scuole cattedrali e si chiude con le prime già famose università
di Salerno, Bologna, Parigi, Montpellier e Oxford.
Mentre all'inizio assistiamo al
semplice delinearsi delle sette arti liberali, alla fine il pieno possesso del
diritto romano e canonico, lo studio di Aristotele, di Euclide e di Tolomeo, la
scoperta della medicina greca ed araba, rendono possibili la nascita di una
nuova filosofia e di una nuova scienza.
E’ difficile stabilire dei limiti
cronologici: quando diciamo rinascita del XII secolo, la parola
"secolo" deve essere intesa in senso lato, essa infatti comprende non
soltanto il XII secolo propriamente detto, ma anche gli anni che lo precedono e
lo seguono immediatamente.
Per quanto riguarda l'area geografica
di questa rinascita del XII secolo va rivelato che essa non fu accentrata
intorno a una corte o un asse dinastico, né fu un fenomeno esclusivo di un solo
paese, anche se la Francia fu nel complesso la massima protagonista con i suoi
uomini, con i suoi filosofi, con le scuole delle sue cattedrali, con i suoi
rimatori goliardici e in lingua volgare, con il suo assoluto primato nell'arte
gotica.
Va riconosciuto che anche l’Italia
con la sua Bologna e la Spagna ebbero una rilevanza significativa.
L'Inghilterra e la Germania vi ebbero
pure una parte notevole, anche se per lo più come riflesso delle loro relazioni
con la Francia e l'Italia.
La Spagna dal canto suo giocò l'importante
ruolo di intermediaria con il mondo arabo.
Prima di tutto ci chiediamo: quali
sono state le condizioni, che resero possibile la rinascita del XII secolo?
E’ sempre difficile individuare con
esattezza le origini di un fenomeno culturale.
Però, con buone probabilità, possiamo
segnalare alcune condizioni che lo resero possibile.
1.
Prima di tutto è certo importante che in questa età
abbiamo il consolidarsi delle strutture statali sia in Inghilterra, sia in
Sicilia, sia in Catalogna, sia in Francia, mentre la struttura imperiale
tedesca era già solida. Ciò finisce con il determinare una situazione politica,
che garantisce una certa pace e quindi un intrecciarsi di viaggi e
relazioni.
2.
In questo contesto si capisce come a partire dagli
ultimi decenni del secolo XI si esalta un movimento di espansione economica: l'agricoltura
attraversa un periodo di notevole sviluppo grazie all'attività di
disboscamento, di bonifica, di diffusione di utensili agricoli più idonei,
quali l'aratro, il mulino ad acqua e a vento. Il commercio pure trova un
sorprendente incremento e diventa occasione di scambio intellettuale.
3.
Grazie alle crociate poi l'Occidente entra in contatto
più diretto con l'Oriente e ciò finisce con lo stimolare ulteriormente il
commercio, gli scambi, la circolazione della moneta ed anche i contatti con una
cultura, dalla quale fino ad allora l'Occidente si era quasi totalmente estraniato.
4.
Altro elemento è costituito dalle grandi personalità,
che operano in questo periodo: Anselmo, Abelardo, Irnerio, Federico Barbarossa,
Federico II, Francesco d'Assisi... Queste grandi personalità non possono essere
spiegate come frutto di un determinato periodo storico e di un determinato ambiente...
Espressioni del genio individuale come queste non possono essere spiegate con
la tesi che un'età così fervida negli affari dovette esserlo anche nelle
cose dello spirito: c'è uno scarto, che non può essere colmato: va senz’altro
tenuto conto dell’apporto assolutamente imprevedibile, che la persona umana può
recare nella storia.
In secondo luogo potremmo chiederci: quali
furono i centri culturali di questa rinascita? Nell'Alto Medioevo, come sappiamo,
i principali centri di diffusione della cultura furono i monasteri. Ma non può
più essere così nel XII secolo, dal momento che il monachesimo vecchio stile
sta attraversando una forte crisi. Questo è il tempo in cui compaiono nuove
forme monastiche, che però coltivano un interesse prevalentemente
ascetico-spirituale e quindi riducono il loro lavoro culturale alla ricopiatura
dei testi patristici. Non c'è pertanto partecipazione di queste nuove forme
monastiche alla formazione delle nuove correnti di pensiero. Basti dire che da
un lavoro di ricostruzione della biblioteca di Clairvaux è emerso che i suoi
codici del XII secolo sono quasi tutti scritturali, patristici, liturgici con
qualche opera di storia. Il diritto, la medicina, la filosofia, la scolastica
non figurano in nessun modo a Clairvaux, che quindi non fu affatto scuola di
cultura, neppure di cultura teologica. Lo stesso San Bernardo fu un mistico ma
non un dotto.
Anziché i monasteri nel XII secolo
importanti centri di vita intellettuale sono le scuole delle cattedrali e, come
sappiamo, le cattedrali stanno vivendo una
grande azione di riforma spirituale. Le scuole cattedrali del resto sono in
salutare contatto con la sempre più rigogliosa vita cittadina, a differenza
dell'isolamento morale, in cui continua a vivere la maggior parte dei
monasteri.
In Francia scuole cattedrali di
rilievo sono quelle di Chartres, Orléans, Reims, Lione e Parigi: da queste
scuole provengono i più grandi nomi della poesia, della teologia, della
istruzione.
In Spagna, dopo la Reconquista, la
scuola cattedrale di Toledo diventa centro di contatto con la cultura araba.
In Inghilterra invece rilevante è la
scuola di Canterbury.
Altri centri intellettuali sono le
corti feudali e le regge, con importanza diversa, a seconda dei luoghi e dei
tempi.
Ora cerchiamo di accostare il
fenomeno della rinascita più da vicino, nelle sue manifestazioni culturali più
importanti.
La rinascita del XII secolo trasse alimento da due
fonti principali: la tradizione culturale dell'Occidente latino e la nuova
cultura e la letteratura dell'Oriente, con prevalente interesse per la sua
produzione filosofica e scientifica.
Il rinnovato interesse per i classici latini
Lo studio dei classici latini non scomparve mai del
tutto, in nessun momento, nel XII secolo però raggiunse un fervore particolare
ed una estensione europea
Due furono i principali centri di cultura classica: la
scuola cattedrale di Orléans e la scuola cattedrale di Chartres.
Il corpo dei classici latini, a cui si aveva
potenzialmente accesso nel secolo XII, era pressappoco identico a quello
disponibile oggi: nel XII secolo Virgilio era molto letto, soprattutto la sua
quarta Egloga, ma non era il più letto: il primato spettava ad Ovidio: da qui
si capisce come alla fine del Medioevo ci incontriamo in un Boccaccio! Ovidio
naturalmente fu allegorizzato e moralizzato, ma in ciò è da vedere soprattutto
lo sforzo di dare una giustificazione razionale alle proprie letture.
Erano letti inoltre Giovenale, Stazio, Persio. A loro
però erano preferiti Orazio e Lucano: si comprende allora la terzina di
Dante dedicata al nobile castello degli spiriti magni:
“Quelli è Omero,
poeta sovrano;
l'altro è Orazio Satiro,
che vene;
Ovidio è ‘l terzo e
l'ultimo Lucano” (Inferno, IV, 88-90).
Tra i prosatori latini primeggiava Cicerone, spesso
veniva citato anche “Seneca morale", che veniva considerato un autore cristiano,
per via del fatto che era ritenuto autore di una corrispondenza con san Paolo.
Questo fervore per il classico provocò anche dei moti
di reazione: due furono gli ostacoli principali:
·
prima di tutto la religione: l’antico conflitto tra cristianesimo e
paganesimo latino era tutt'altro che risolto: gli spiriti più rigoristi volevano
che lo studio del latino si limitasse ai soli elementi di grammatica,
consideravano infatti ogni ulteriore contatto con gli antichi come una perdita
di tempo e come un grave pericolo per le anime.
·
Tuttavia più che la religione il vero e più terribile nemico della cultura
classica fu piuttosto la logica: alla logica soprattutto si deve se la
rinascita classica del XII secolo finì per essere soffocata. La diffusione
della "Nuova logica" di Aristotele verso la metà di questo secolo
inferse un grave colpo allo studio delle arti liberali a favore della
dialettica.
La rinascita teologica
1)
La lotta tra dialettici e antidialettici
Abbiamo visto che nello schema delle sette arti
liberali la priorità era data al Trivium e questo per una ragione ben precisa:
la cultura altomedievale non consisteva in altro che nel fare collezione delle
auctoritates e nel conoscerle: anche la scuola non consisteva in altro che
nella "lectio", cioè lettura del testo, interrotta da commenti di
filosofi o dai commenti del maestro e poi discussione. E’ chiaro che in questa
prospettiva sia la grammatica, sia la retorica (come arte del convincere), sia
la dialettica (come arte del ragionare) avevano grande importanza.
Abbiamo anche visto che mentre nella rinascita
carolingia prevaleva nel Trivium la grammatica, in seguito, nella seconda metà
del X secolo, con Gerberto d’Aurillac l'accento andò a spostarsi sempre
più sulla dialettica, l'arte del ragionare. E’ questo un sintomo del fatto che
l'uomo occidentale si avviava sempre più decisamente verso la fase della
diastasi, prendendo sempre più il gusto dei concetti logici. In questa
prospettiva maturò il tentativo di applicare la dialettica al contenuto della Rivelazione:
si giunse così a delle discussioni teologiche sul problema ratio-auctoritates /
dialettica-dogma.
In un primo momento si trattò di dialettici rimasti
anonimi, di scarsa preparazione filosofica, che si misero ad attaccare dogmi di
fede come la nascita verginale di Cristo, la sua morte redentrice, la sua
risurrezione, l'immortalità dell'anima...
In essi forse si dava una certa reminiscenza delle
obiezioni che Mario Vittorino prima di convertirsi aveva esposto nel suo
commentario al "De inventione" di Cicerone.
Non siamo in grado di valutare la dimensione di questo
movimento, che tra l'altro conosciamo solo indirettamente, cioè solo attraverso
l'opposizione antidialettica, che si creò in quegli anni.
Tra gli antidialettici ne ricordiamo tre in
particolare: Otloh di Sant’Emmarano (presso Ratisbona), benedettino (+ 1070), Manigoldo
di Lautenbach, canonico regolare (+ 1103), Pier Damiani, camaldolese (+ 1072).
A.
OTLOH:
Presenta la sua posizione antidialettica in un'opera
autobiografica: "Liber de tentationibus suis et scriptis"
(PL CXLVI).
Otloh parte dalla sua esperienza di studente: la
dialettica fu per lui una grave tentazione contro la fede, ne uscì grazie a un
ritorno radicale alla Bibbia, alla patristica e alla agiografia.
Con ciò Otloh non intende assolutamente rifiutare la
scienza profana, vuole solo mostrare che vi è una conoscenza superiore, quella
che viene dalla Sacra Scrittura e dai Padri. Un monaco, che lasciasse questa
scienza superiore, per dedicarsi alla dialettica, farebbe una cosa assurda:
Otloh non è sfiorato dal dubbio che la dialettica potrebbe anche essere per il
monaco uno strumento utile per approfondire la sua cultura superiore.
B.
MANIGOLDO DI LAUTENBACH:
Espone le sue tesi antidialettiche nello "Opusculum
contra Wolfelmum (PL CLV). Afferma che le dottrine di Macrobio,
Pitagora, Platone e Aristotele sono sofismi ed errori incompatibili con la
dottrina cristiana e dannosi in ordine alla salvezza. Di fronte alla fede l’antica
filosofia non può fare altro che scomparire.
C.
PIER DAMIANI:
Più e più volte nella sua ricca produzione letteraria
ritorna sul tema della relazione dialettica-fede. Punto di partenza è
l'assolutezza e trascendenza di Dio, che non tollera limitazione alcuna da
parte dell'intelletto umano: di fronte alla onnipotenza infinita di Dio non c'è
legge che possa valere: nemmeno il principio di contraddizione. In questa
prospettiva si deve dire che le arti liberali sono non “studia”, ma “stultitiae”
e che vano è ogni sforzo umano per raggiungere la sapienza.
Conclusione:
Che dire di questa corrente antidialettica? Anche se
troviamo affermazioni radicali, bisogna procedere con cautela. Non si può dire
che vi sia una negazione assoluta, basterebbe infatti allargare lo sguardo
dalle affermazioni sopra ricordate a tutta la produzione dei tre
antidialettici. Si vedrà che Otloh in questioni teologiche utilizza la
dialettica; si vedrà che Manigoldo in etica cerca espressamente un'intesa tra
filosofia e fede; si vedrà che Pier Damiani, così decisamente antidialettico
quando si rivolge ai suoi eremiti, quando invece si rivolge al clero secolare
stimola ad una salda formazione scientifica.
Per cui in verità si può dire che il problema non fu o
dialettica o fede , ma in quale relazione devono stare la dialettica e la fede:
“Philosophia ancilla theologiae” sostiene Pier Damiani, ma non si spinge oltre:
bisognerà attendere sant'Anselmo.
La controversia eucaristica di Berengario di Tours (+1088)
Se i
primi che applicarono la dialettica alla controversia eucaristica ci sono
rimasti anonimi, alla metà del XI secolo abbiamo un personaggio noto, che ne
continua la linea, applicando la dialettica al dogma eucaristico: si tratta di
Berengario di Tours, discepolo di Fulberto di Chartres e poi maestro alla
scuola di Tours.
Per
cogliere il senso della questione dobbiamo considerare due elementi: lo status
della teologia eucaristica e le caratteristiche del pensiero di
Berengario.
A. La situazione della
teologia eucaristica
Nella Chiesa
occidentale mancava una dottrina uniforme sull'Eucaristia. Schematizzando, si
può dire che la Chiesa occidentale ereditava dalla tradizione patristica due
tendenze:
+
la tendenza, che faceva capo a Sant'Ambrogio e che
considerava l'Eucaristia piuttosto in ciò che è in sé: questa tendenza viene
indicata come tendenza realistico-metabolica, perché sottolinea l'identità tra
il pane e il vino consacrati con il Corpo storico di Cristo e spiega questo in
termini di trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Il
limite di questa posizione sta nel fatto che si trascura la differenza
fenomenologica tra il pane e vino da un lato e la realtà del Signore
dall'altro.
+
La tendenza, che faceva capo a Sant'Agostino e che
considerava l'Eucaristia piuttosto in ciò che è per noi e in ciò che appare a
noi. Questa tendenza viene indicata come tendenza dinamico-simbolica. Perché
dinamica? Perché a partire dalla preoccupazione di salvaguardare l'unità
della Chiesa nei confronti dell'eresia donatista, Agostino aveva sottolineato
nell'Eucaristia soprattutto la sua virtus in ordine all'edificazione dell'unica
Chiesa. Perché simbolica ? Perché a partire da una certa concezione
filosofica della corporeità (come dato sensibile e localizzato), Agostino era
portato a sottolineare ciò che distingue il pane e il vino consacrati dal Corpo
storico di Cristo ed esprimere tale distinzione in termini di "tupos",
"sumbolon". Sia chiaro, non negava la realtà della presenza, ma solo
la spiegava in maniera diversa da Ambrogio.
Nell'epoca
carolingia le due tendenze si scontrarono: da una parte Pascasio Radberto
espresse la posizione realistico-metabolica di Ambrogio e dall'altra
Ratramno continuò la posizione dinamico-simbolica di Agostino.
Nonostante
il tentativo di Erigerio di Lobbes (secolo X) di fare sintesi delle due
tendenze, si impose in maniera pressoché generale la posizione realista di Pascasio
Radberto. Rimaneva il grosso rischio di degenerare
in una interpretazione cafarnaitica (Gv 6,52) grossolana: solo un recupero del
carattere simbolico-dinamico avrebbe impedito di interpretare in senso
grossolano, materiale l’identificazione tra Eucaristia e Corpo storico del
Signore.
Questo
era dunque il problema che la dottrina eucaristica presentava ai tempi di
Berengario; si noti bene che non è problema di presenza o meno, il problema
riguarda soltanto le modalità secondo cui intendere questa presenza.
Berengario:
Questi
affrontò il problema secondo due prospettive:
·
ridare vigore alla linea simbolico-dinamica di
Agostino,
·
servirsi in questo della dialettica. Berengario
giustificava questo procedimento a partire dalla convinzione del primato della
dialettica. Nel "De sacra coena adversus Lanfrancum" ebbe a scrivere:
"Nessuno contesterà, a meno che sia stupidamente cieco, che nella ricerca
della verità la ragione sia incontestabilmente la migliore delle guide. E’
proprio di una grande anima ricorrere sempre alla dialettica, ricorrere ad essa
significa ricorrere alla ragione. E se uno non fa questo, rinuncia a ciò che
più lo onora, perché proprio la ragione è in lui ciò che si dice l'immagine di
Dio". Proprio a partire da questa esigenza dialettica Berengario fu portato
a distaccarsi dal realismo-metabolico per trovare nel dinamismo-simbolico la
spiegazione della distinzione fenomenologica tra la presenza di Cristo nel pane
e nel vino consacrati e la sua presenza nel Corpo risorto in cielo. La
dialettica gli offrì non solo lo spunto ma anche gli strumenti per
staccarsi dal realismo-metabolico e sostenere il simbolismo-dinamico.
Vediamo
ora questi strumenti.
Berengario
distingue tra essenza-forma, accidenti-materia: si tratta però di una
distinzione solamente logica, in quanto l'essenza-forma altro non è che la
somma degli accidenti e quindi ciò che appare ai sensi.
Berengario
applica all'Eucaristia tutto ciò: anche dopo la consacrazione rimangono gli
accidenti del pane, anche dopo la consacrazione appaiono le caratteristiche
sensibili del pane, quindi anche dopo la consacrazione c'è l'essenza-forma del
pane (che, ripeto, non è da intendersi in senso aristotelico).
Da ciò
trae una prima e chiara conclusione: con la consacrazione non si perde ciò che
c'era, ma si assume ciò che non c'era: alla forma-essenza del pane che rimane,
si aggiunge la forma del Corpo di Cristo beatificato: i sensi percepiscono e
trattano la forma-essenza del pane, l'intellectus fidei invece coglie il Corpo
di Cristo.
Osservazioni:
·
va prima di tutto notato che questa posizione esclude la
mera identificazione dell'interpretazione realistico-metabolica, ma non esclude
una presenza di Cristo.
·
Va in secondo luogo rilevato che rimane aperto il
problema del modo di presenza della forma del Corpo di Cristo accanto alla
forma del pane: si tratta di una "impanazione", oppure di una sola
presenza simbolica, per cui il pane diventa segno, figura del corpo di
Cristo?
Gli
scritti di Berengario non consentono di rispondere con chiarezza, forse perché
su questo punto chiarezza non c'era nello stesso Berengario, forse perché
almeno in questa prima fase della disputa Berengario, in nome della distinzione
fenomenologica, si accontentò soltanto di negare l'identificazione, così come
era sostenuta dal realismo-metabolico.
Reazione:
Berengario
ebbe subito molti avversari e l'opposizione della stessa Chiesa ufficiale.
Ø 1050: Leone IX condannò
la dottrina di Berengario in due sinodi: uno tenuto a Roma e l'altro a Vercelli;
Ø 1051: un concilio di
Parigi si espresse contro Berengario;
Ø 1054: un altro concilio,
tenutosi a Tours e presieduto dal legato papale Ildebrando, condannò la
posizione di Berengario e ottenne da lui una dichiarazione secondo cui dopo la consacrazione
sono presenti sull'altare il corpo e il sangue di Cristo, che è evidentemente
una dichiarazione moderata che non affronta direttamente il problema;
Ø 1059: un sinodo romano
induce Berengario a sottoscrivere una formula, redatta da Umberto da
Silvacandida, formula improntata ad ultra realismo. In questa formula al Corpo
del Signore, presente sotto le specie del pane consacrato, vengono riferite
queste parole: “Sensualiter manibus tractari vel frangi aut
fidelium dentibus atteri” (DS 690).
L'ultrarealismo
di questa formula dovette accentuare l'insoddisfazione di Berengario, che si
impegnò in ulteriori ricerche, dottrinalmente sempre più incerte e complicate,
senz'altro improntate ad un simbolismo spiritualista più accentuato, se non
addirittura radicale: il pane consacrato è Corpo in quanto è immagine, segno,
memoria della Incarnazione e Passione di Cristo.
Ciò
costringerà gli avversari ad un ulteriore sforzo di precisazione della dottrina
eucaristica e, con Lanfranco di Bec in prima linea, si avvieranno verso la
dottrina della transustanziazione. Questa è praticamente già enunciata
nella sostanza, anche se non nell'espressione verbale, al concilio romano del
1079, che propone una formula più equilibrata rispetto a quella del 1059:
"(Panem et vinum) substantialiter converti in veram
et propriam et vivificatricem Carnem et Sanguinem
Jesu Christi" (DS 700).
cfr H.
de LUBAC, Corpus mysticum. L’Eucaristie et l’Eglise au Moyen Age,
Paris 1944.
La
questione della validità delle Ordinazioni e dei Sacramenti
Un
altro problema, che occupò i teologi di questo periodo, fu quello della
validità delle Ordinazioni, conferite da vescovi indegni e dei Sacramenti
amministrati da ministri indegni.
Il
problema era molto attuale in quei tempi, in cui l'azione riformatrice
interveniva contro i simoniaci, accusandoli di eresia e scomunicandoli.
Anche
su questa questione la tradizione patristica occidentale non era concorde, si
raffrontavano infatti due tendenze:
ü la tendenza di Cipriano,
che negava la validità di tali Sacramenti,
ü la tendenza di Agostino,
che invece riconosceva validi i Sacramenti conferiti da indegni.
Nel
secolo XI le due posizioni si riproposero:
·
Pier Damiani nel suo "Liber gratissimus "
assunsee la posizione agostiniana,
·
Umberto di Silva Candida nel suo "Adversus
simoniacos libri tres " si schierò sulla linea di Cipriano.
La
difficoltà maggiore consisteva nel fatto che allora non si distingueva tra Ordine
e giurisdizione.
Se si
ragionava in termini di stretta connessione tra Ordine e giurisdizione, la Chiesa
veniva ad acquistare un'importanza decisiva: l'ufficio sacerdotale infatti era
esercitato efficacemente solo se il sacerdote si trovava incorporato nella Chiesa.
Il simoniaco, in quanto eretico, si trovava quindi inibito non solo
nell'esercizio della giurisdizione ma anche nel potere d'Ordine.
Ciò veniva
espresso con la tesi che i Sacramenti si ricevono attraverso l'Ordinazione e attraverso
la virtus sacramenti, che sono tra loro inscindibilmente legate: questa virtus c'è
soltanto se si appartiene all'unità della Chiesa, quando invece non si è
nell'unità, manca la virtus sacramenti e pertanto il Sacramento è non solo
illecito, ma anche inefficace.
Pertanto
un simoniaco o scismatico, che ritornava alla Chiesa doveva ricevere l'impositio
manum, intesa come comunicazione dello Spirito Santo (alcuni soltanto vedevano
in questo gesto un atto di riconciliazione).
Dunque
il problema non fu risolto: solo la dottrina del “carattere” sacramentale, che
comparirà nel XII secolo e la distinzione tra “sacramentum”, “sacramentum et res”
e “res sacramenti” porteranno chiarezza.
Anselmo d'Aosta (1033-1109)
Tra i teologi del suo tempo tiene una
posizione piuttosto appartata e solitaria: non si cimenta nelle questioni
imposte dall'attualità, ma, dotato di un ingegno singolare, portò il problema
filosofico-teologico a una notevole altezza speculativa.
La vita
Le tappe principali della sua vita
sono presto dette.
Nel 1033 nasce presso Aosta e qui
viene educato dai benedettini.
Passa poi a Bec, in Normandia, dove è
maestro il famosissimo abate benedettino Lanfranco di Pavia.
Nel 1060 Anselmo diventa monaco di Bec
e docente a Bec.
Nel 1063 diventa priore e nel 1078
diventa abate, succedendo a Lanfranco.
Nel 1993 succede ancora una volta a Lanfranco,
ma questa volta sulla cattedra episcopale di Canterbury, dove muore nel 1109.
La sua formazione intellettuale è
fatta, come era l'uso, su Agostino: ma in Anselmo la congenialità di spirito è tale
da raggiungere un incontro autentico con il grande padre della Chiesa. Lo si
vede nella questione della relazione tra filosofia e teologia, tra ragione e
fede.
La questione “Ratio-Fides”
Si rifà fondamentalmente ai principi agostiniani,
ma si tratta di una ripresa originale.
Apertamente confessa il suo desiderio
di arrivare in qualche modo a comprendere i misteri divini, rispettandone
ovviamente i limiti che sono imposti all'uomo.
Punto di partenza non è
l'intelligenza dell'uomo, non si tratta infatti di conoscere per credere. Punto
di partenza è la Sacra Scrittura: “Neque enim quaero intelligere ut
credam, sed credo ut intelligam (Proslogion, PL 158,227).
Credo ut intelligam: rimane dunque spazio
per l'azione dell'intelligenza umana: le verità proposte dalla Sacra Scrittura
hanno un senso ancora oscuro: si tratta dunque di penetrare con l'intelligenza
queste verità, che il cuore già crede ed ama, per portare alla luce quel che
giace nelle tenebre. Si arriva così talora all’acquisizione speculativa di una
verità rivelata, che pertanto si impone non solo per l’auctoritas della Scrittura,
ma anche per la "ratio". In tal modo delle verità, che appartengono
all'ordine divino, possono essere giustificate con “rationes necessariae”. Questo
movimento è sintetizzato da Anselmo nella formula: “Fides quaerens intellectum”,
che era il titolo originale del Proslogion.
Le opere filosofiche
Visto che la speculazione di Anselmo
ha sempre come punto di partenza la fede, si capisce perché in lui non si dà
distanza tra filosofia e teologia: opere come “De grammatico”, “Monologion”, “Proslogion”,
“De veritate”, “De libertate arbitrii”, si occupano di questioni, che noi oggi
diremmo filosofiche.
Ricordiamo in maniera molto sommaria i
contenuti di due opere particolari:
+
nel “Monologion” Anselmo vuole mostrare
l'esistenza di Dio, percorrendo la via cosmologica. Si serve della categorie di
partecipazione, intesa però non nel senso platonico di reminiscenza, ma in un
senso causale: così Anselmo si spinge fino alla trascendente natura di Dio: il
bene delle cose, l'esistenza delle cose dipendono da un bene sommo, assoluto,
da un esistere supremo, assoluto, che è Dio stesso. In nuce: esistono realtà
buone in grado limitato e diverso, ognuna di queste realtà finite e buone non
può essere spiegata, se non mediante una realtà buona in sé, che sia la stessa
Bontà e che dia alle diverse cose di essere buone secondo il loro grado.
+
Nel “Proslogion” abbiamo il famoso argomento
ontologico, tanto ammirato anche da moderni come Descartes, Leibniz, ma anche
tanto criticato ad esempio da san Tommaso e da Kant. Punto di partenza è l'idea
di Dio inerente al pensiero umano. Questa
idea va intesa in linea con le idee innate platonico-agostiniane, cioè l'idea
non è un qualcosa di astratto, noetico, ma è un qualcosa di esistenziale,
che sta dalla parte dell'essere. Pertanto non è esatto quando si presenta
l'argomento ontologico come un passaggio dalla logica all'esistenza. Quindi la
critica di Gaunilone sbaglia direzione. Su questa questione rimandiamo alla
storia della filosofia.
Le opere teologiche:
·
“De fide Trinitatis et de Incarnatione Verbi”:
opera polemica contro Roscellino. Costui considerava gli universali come
semplici nomi, in quanto esiste solo l'individuale. Quindi Roscellino non ammetteva
nella Trinità “tres res per se separatim”. Sant'Anselmo in
contrasto afferma la distinzione tra natura divina e persone divine.
·
Abbiamo anche opere intorno al mistero della Incarnazione,
in particolare ricordiamo il "Cur Deus homo?": abbiamo qui d’importante
il superamento della teoria della Redenzione patristica e del primo Medioevo:
Ø Redenzione come riscatto:
Cristo con la sua morte paga il riscatto a Satana, sotto il cui dominio l'uomo
era caduto a causa del peccato,
Ø Redenzione come
soddisfazione vicaria: Cristo si fa uomo per dare soddisfazione in nome
dell'umanità alla Gloria divina offesa dal peccato.
Nel complesso possiamo dire che
Anselmo ha mostrato come si possa ricorrere alla dialettica per questioni
teologiche senza violare la riverenza, che l'intelletto umano deve ai misteri
della fede. Sotto questo profilo Anselmo può in qualche modo essere considerato
padre della Scolastica.
Abelardo (1079-1142)
I giudizi sulla sua vita privata non
devono pregiudicare il suo valore: Abelardo fu l'esponente più significativo
della cultura nuova, che sorse non nell'ambito monastico ma nelle scuole
cattedrali. Questa cultura cercava di raggiungere una conoscenza più chiara e
più sistematica della fede, servendosi di due strumenti: la Sacra Scrittura con
la tradizione dei Padri e la ragione.
A. Fonti per ricostruire la
vita di Abelardo:
+
“Historia calamitatum mearum”: è un autobiografia sotto
forma di lettera inviata ad un amico. Problema critico: è un documento
soggettivo, in cui pare che Abelardo esageri le severità, che gli furono usate,
non è invece proteso a giustificare la sua condotta.
+
Corrispondenza con Eloisa.
+
I ricordi dei suoi allievi: Abelardo fu un maestro di
grande successo.
B. La vita:
Naque nel 1079 a Pallet, presso
Nantes, in Bretagna. Suo padre era un cavaliere di condizioni modeste..
Abelardo preferì lo studio alle armi.
Studiò a Loches, dove fu alunno
di Roscellino, di cui contestò la soluzione nominalista, con cui affrontava la
questione degli universali.
Studiò poi a Parigi, dove ebbe come
maestro Guglielmo di Champeaux, che professava idee fortemente intrise di
platonismo e quindi era in contrasto con l'insegnamento di Roscellino,
contrapponendogli una soluzione realista del problema degli universali. E
Abelardo, anche se era il più giovane e l'ultimo arrivato, polemizzò con
Guglielmo.
Intorno al 1102 Abelardo riuscì ad
ottenere di insegnare a Melun e riscosse subito un gran successo. Abelardo
poi si spostò ad insegnare a Corbeil, presso Parigi.
La sua attività febbrile gli procurò
grosse difficoltà di salute, che lo costrinsero al riposo assoluto al suo paese
natale.
Una volta guarito, Abelardo tornò a
Parigi per studiare retorica ancora sotto Guglielmo di Champeaux, che era canonico
di San Vittore e insegnava alla scuola episcopale. E di nuovo Abelardo venne a
scontrarsi col suo maestro sul problema degli universali, costringendo
Guglielmo ad attenuare le sue affermazioni tra lo scherno generale: alla fine
Guglielmo dovette dimettersi e cedergli la cattedra, che poi riprese di nuovo.
Abelardo poi si trasferì a Laon
per studiare teologia alla scuola del celebre Anselmo di Laon, sul quale però
espresse un giudizio estremamente negativo: "Avvicinai dunque questo
vecchio, che doveva la sua reputazione più all'età molto avanzata che al
talento o alla cultura. Tutti coloro che andavano da lui per sentirne il parere
su un argomento, su cui erano incerti, ripartivano incerti più che mai. Se ci
si accontentava di ascoltarlo, sembrava ammirevole, ma a discutere si rivelava
una nullità: ammirevole per la verbosità, nel ragionare però era un vuoto. La
sua fiamma affumicava la casa, invece di illuminarla. Resomi conto di ciò, non
stetti a perdere più tempo alla sua scuola ".
Fece quindi ritorno a Parigi per
insegnarvi filosofia e teologia, ottenendo sempre un notevole successo. A
40 anni Abelardo si invaghì di Eloisa, che di anni ne aveva solo 17. Eloisa era
nipote di Fulerto, canonico di Nôtre-Dame, che appunto volle affidarla per
l'istruzione ad Abelardo, offrendogli ospitalità nella stessa casa.
Dalla vicenda amorosa di Abelardo con
Eloisa nacque un figlio, Astrolabio. Abelardo avrebbe voluto riparare, sposando
segretamente, ma la notizia subito si diffuse e i parenti di Eloisa indignati, canonico
Fulberto in prima fila, fecero evirare Abelardo.
Questi - più per vergogna che per
vocazione? - si ritirò nell'abbazia reale di San Dionigi, Eloisa invece finì
nel monastero di Argenteuil.
Più tardi Abelardo tornò ad insegnare
a Maisoncelle, nella regione di Champagne, ottenendo come al solito successo. Le
lezioni di Abelardo furono raccolte nel "De unitate et Trinitate divina",
dove furono applicati i metodi della dialettica. Si trattava di un'opera imperfetta,
talora sorprendente, che spesso non venne sempre intesa bene; sorse pertanto
una forte opposizione dei teologi, che culminò nel 1121 con la condanna e la
distruzione del libro per disposizione del concilio di Soissons.
A questo punto Abelardo fece ritorno
all'abbazia di San Dionigi. Ma anche qui Abelardo non ebbe vita facile, perché
presto si scontrò con la comunità, che lo cacciò.
Abelardo allora si dedicò alla vita
eremitica, ritirandosi in una località isolata nei pressi di Troyes, dove
costruì un oratorio dedicato al Paraclito. Parecchi studenti lo raggiunsero e
quindi tornò ad insegnare. Sorse così intorno al Paraclito un villaggio.
Il Paraclito divenne poi (1129) sede
di Eloisa e delle sue consorelle e Abelardo si impegnò per la loro direzione
spirituale, continuando ad insegnare a Parigi.
Contro di lui si addensarono nuovi
sospetti di eresia, in particolare gli si misero contro Guglielmo di
Saint-Thierry e san Bernardo. Il Concilio di Sens (1140), anche per forte
pressione di San Bernardo, condannò 19 proposizioni degli scritti di
Abelardo.
Abelardo tentò invano di recarsi a
Roma per appellarsi davanti al papa, ma dovette desistere anche perché impedito da una malattia. Trovò
ospitalità a Cluny grazie all'abate Pietro il Venerabile. Nel 1142 Abelardo
morì nel monastero
di Saint-Marcel-sur-Saône, che dipendeva da Cluny.
C. Il pensiero
Nella definizione del pensiero di
Abelardo, bisogna tenere conto di alcuni problemi critici.
·
Il primo problema critico è dato dalle opere di
Abelardo: il Concilio di Sens (1140) aveva decretato la distruzione delle
opere di Abelardo, per cui parecchie opere ci sono giunte in edizioni
posteriori al 1140 e quindi vanno considerate poco attendibili. Altre opere di
Abelardo invece ci sono giunte attraverso le riproduzioni più o meno fedeli dei
suoi allievi e quindi devono essere trattate con cautela.
·
Va poi tenuto in considerazione un secondo problema
critico legato al metodo di lavoro di Abelardo: rivedeva, ritoccava
continuamente le sue opere: bisognerebbe perciò, per conoscere l'evoluzione del
suo pensiero e l'ultimo stadio del suo pensiero, possedere le redazioni
successive delle varie opere.
·
Un terzo problema critico sta nel fatto che le opere
di Abelardo ci sono giunte senza data e questo rende difficile una
ricostruzione cronologica della sua produzione.
·
In quarto luogo occorre tenere presente che Abelardo
fu un innovatore, quindi la sua terminologia talora era ancora incerta e anche
questo evidentemente genera difficoltà di interpretazione.
L'apporto di Abelardo alla cultura
del suo tempo si caratterizza per quattro aspetti:
a) l'aspetto filosofico, in
particolare il problema degli universali;
b) l'aspetto legato alla
trattazione del problema ratio-fides;
c) l'aspetto morale;
d) l'aspetto
metodologico.
A livello filosofico: nella
sua logica “Ingredientibus”, per principianti quindi, Abelardo affronta il
problema degli universali, assumendo una posizione intermedia tra il
nominalismo di Roscellino e il realismo estremo di Guglielmo di Champeaux.
Abelardo sostiene un realismo moderato e cioè che gli universali sono concetti
con “fundamento in re”. Qui Abelardo manifesta una singolare genialità: gli
studi storici infatti rivelano che Abelardo vi è giunto senza conoscere i libri
metafisici di Aristotele.
La questione ratio-fides / philosophia-theologia: Abelardo segna un passo
in avanti rispetto ad Anselmo. Anselmo non faceva distinzione tra
filosofia e teologia, Abelardo invece distingue tra metodo teologico e metodo
filosofico: il metodo teologico si fonda precipuamente sulla auctoritas Dei ,
la Rivelazione; il metodo filosofico invece si fonda sulla ratio hominis.
Abelardo sostiene che l’intelligenza umana deve riconosce il valore supremo
della Scrittura e quindi deve applicarsi alla sua conoscenza, deve non contraddirne
la verità, ma questo non deve comportare affatto la riduzione del campo della
investigazione umana al Libro Sacro, ai misteri della fede. C'è infatti un
libro naturale, ci sono delle verità, che sono per se stesse adeguate alla
capacità intellettiva dell'uomo, senza la necessità di mediazioni
soprannaturali. Non si può quindi dire che Abelardo fosse un razionalista,
ma ingiustamente Bernardo gli mosse questa accusa: Abelardo riconosce i
limiti della ragione umana di fronte alle verità rivelate; pure lui sostiene il
“Credo ut intelligam”, semmai sottolinea con notevole forza la necessità di
mettere in atto anche l’esigenza della “fides quaerens intellectum”. Per
Abelardo la ratio è utile per addivenire a una migliore comprensione della
fede.
A livello teologico: si deve riconoscere ad
Abelardo il merito di avere per primo esposto uno schema ordinato di sintesi
teologica: "Tutta la salvezza consiste, a parere mio, in tre cose: la fede,
la carità e il sacramento"
(Introductio ad theologiam).
Abelardo per fede intende i dogmi
cristiani, per carità intende le norme morali, cioè le virtù e i vizi, per sacramento
intende quel che noi chiamiamo “sacramentaria”.
Di fronte a questa intuizione il De Ghellinck
afferma che si opera un’autentica svolta nella storia della teologia.
A livello morale: testo base è "Scito te
ipsum". Nell'Alto Medioevo la teologia morale era influenzata dalla
pratica del diritto penale, contavano quindi i fatti compiuti, gli atti
materiali. Abelardo invece sottolinea che l'azione qua tale non è
decisiva nel giudizio morale, in quanto la responsabilità morale dell'uomo
dipende di più dall'intenzione che dal risultato del suo agire. Quindi peccato non
è la concupiscenza, ma consentire alla concupiscenza. Pensate quindi quale effetto
liberatorio ebbe questo in un mondo che era vissuto all'ombra di un certo
agostinismo. Di fronte alla norma oggettiva viene recuperato il valore della
coscienza soggettiva. “L'insistenza sull'intenzione del peccatore sposta l’accento
dalla repressione alla terapeutica spirituale: non bisogna imporre ai penitenti
una serie di prescrizioni, un tariffario rigido come quello delle ammende dei
codici barbarici, ma si deve sottoporre il peccatore a un esame di coscienza
atto provocare la contrizione” (R. LOPEZ, La nascita dell'Europa. Secoli V-XIV, Torino 1966, 199-
200).
A livello metodologico: la teologia
altomedievale si limitava a collezionare le auctoritates, che spesso erano in
contraddizione tra loro. Si imponeva quindi la necessità di creare armonia, concordia
discordantium, soprattutto nel mondo dei canonisti. Abelardo fonda il metodo
scolastico, che mira ad armonizzare le discordanze.
L'opera, in cui troviamo questo
metodo è il "Sic et non". Abelardo dovette pensare a questo lavoro
dopo la condanna, che gli fu comminata dal sinodo di Soissons (1121): gli si
impose allora la necessità di fondare le sue argomentazioni su testi della Scrittura
e dei Padri.
Nel "Sic et non" Abelardo
propone 150 questioni teologiche: per ogni questione teologica presenta
dicta della Scrittura e dei Padri, che sembrano contraddirsi, poi cerca di
trovare la soluzione per ogni questione. L'opera è preceduta da una
introduzione, in cui espone le regole, che si devono osservare per arrivare
alla concordia discordantium.
1. Vedere se il testo è
autentico o apocrifo; vedere se il testo che si possiede è genuino o
alterato per esempio da errori di copisti, da interpolazioni; studiare quindi
la tradizione del testo e servirsi del manoscritto migliore.
2. Considerare l'autore:
conoscere il suo pensiero complessivo, la evoluzione del suo pensiero: anche
Sant'Agostino si è corretto più volte: quindi talora non si tratta di
contraddizione, ma solo di correzione successiva. Bisogna anche vedere se il
testo discordante è proprio pensiero dell'autore o solo citazione di un altro
autore.
3. Analisi delle varie
affermazioni per considerarne la diversità di valore: diverso è il valore di un
precetto generale rispetto al valore di un precetto particolare, diversa è una
norma assoluta rispetto a una norma, per la quale si prevede possibilità di
deroga o rispetto a un consiglio...
4. Tenere presente che la
contraddizione può essere determinata dal fatto che una parola viene usata con
un significato non comune, o con significati diversi.
5. Alla fine può anche
accadere che non si arrivi a eliminare la discordanza e allora si deve
ammettere che anche i Padri possono sbagliarsi e si deve allora ritenere la
sentenza più autorevole o perché è sentenza conciliare, o perché è più antica e
venerabile...
Siamo dunque di fronte alla creazione
del metodo di critica storico-letteraria. Non ha senso accusare Abelardo di
scetticismo: se in Abelardo c'è dubbio, si tratta di dubbio metodico; se si fa
quaestio è per provocare inquisitio e giungere ad un approfondimento: "Dubitando
siamo indotti a porre domande, e domandando arriviamo alla verità " (Sic
et non, Prologo).
Il recupero della cultura greca
antica
Parliamo di recupero, perché il mondo Occidentale aveva quasi totalmente perso la conoscenza di questo patrimonio. Il mondo latino, infatti, dopo l'età scipionica non si preoccupò più granché di tradurre direttamente i classici greci, in quanto gli uomini colti conoscevano il greco e scrivevano in greco. Quindi la conseguenza fu che nelle epoche successive quello che i greci avevano dato alla storia della cultura restò in gran parte ignoto.
Quando
gli enciclopedisti tra il V e l'VIII secolo vollero raccogliere la cultura del
mondo antico per portarla a conoscenza dell'età loro e delle età future, fu
soltanto al mondo latino che volsero i loro sforzi compilatori.
Di Aristotele l'Alto Medioevo
conosceva solo i sei trattati di logica dello “Organon” nella traduzione di
Boezio. Tuttavia queste traduzioni della logica aristotelica furono quasi del
tutto travolte dal marasma del periodo che seguì: dei sei trattati ne furono
conservati solo due: le “Categorie” e il “De interpretatione”. Anche grazie a Scoto
Eriugena si poté disporre di una traduzione dello Pseudo-Dionigi. Tuttavia questi brandelli di cultura greca rimasero
abbastanza ai margini, dato il prevalere della grammatica.
Pertanto tutto il periodo, che precedette il XII secolo, ignorò quasi totalmente la cultura greca.
Il mondo culturale greco
continuò però a vivere nel mondo imperiale bizantino, dove anche se non ci
furono notevoli nuovi apporti, gli antichi furono letti e studiati. La
letteratura greca ebbe in Oriente poi una interessante dilatazione in Siria, dove la
cristianizzazione del IV e V secolo aveva portato anche alla diffusione della
cultura greca.
La Siria fu così il canale di
trasmissione della cultura greca nel mondo arabo: maestri siriani ed eretici
nestoriani la esportarono in Persia e poi, nel VII secolo, per via della conquista
araba, in Siria ed in Persia avvenne l'incontro tra cultura greca e mondo arabo.
In realtà
gli Arabi non avevano una tradizione filosofica e scientifica loro propria: la
cultura propria degli Arabi, infatti, era quella determinata dalla
assimilazione e dall'acquisizione di cognizioni tratte dall'osservazione
personale.
Però ad essa con il tempo si
aggiunsero appunto i dati culturali assorbiti dal contatto con i popoli
conquistati.
Il movimento culturale arabo si impiantò in Occidente in due zone: in Sicilia, dove sopravvisse anche sotto il regno normanno e soprattutto in Spagna.
Fino al
XII secolo i contatti intellettuali tra Europa cristiana e mondo arabo furono
infrequenti e di scarsa rilievo.
Quando nel
XII secolo si sviluppò l'interesse per la produzione filosofica e scientifica,
si attinse in prevalenza alla cultura araba.
I pionieri
della nuova cultura si volsero principalmente alla Spagna, dove ad uno ad uno
vennero a ricercare la chiave del sapere, che il mondo arabo vi aveva deposto
nei vari campi della matematica, dell'astronomia, dell'astrologia, della
medicina, della filosofia.
Per tutto il secolo XII e durante il secolo XIII la Spagna rappresentò agli occhi di quanti vivevano al di là dei Pirenei la terra misteriosa, dell'ignoto da esplorare.
Dapprima
si trattò dell’azione di uomini di origine spesso molto diversa, che operarono
senza disporre di una sede fissa di riferimento, poi Toledo con la sua scuola
cattedrale, si impose come centro di convergenza.
E così grazie a queste versioni semitiche la scienza e la filosofia dei Greci, con tutte le aggiunte apportate nel frattempo, furono trasmesse in Occidente mediante un’ampia attività di traduzione.
In
quest'opera di traduzione spiccò Gherardo di Cremona: è infatti attraverso di
lui che la maggior parte del patrimonio arabo giunse in Europa.
In
Sicilia pure si produssero anche traduzioni direttamente dal greco.
La nascita della scolastica
La scolastica “qua tale” è nella
storia del pensiero occidentale un movimento dalla massima importanza: non è
solo filosofico, ma investe tutte le discipline.
Il Cayré vi riconosce tre proprietà:
1. una relazione speciale
tra filosofia e teologia
2. una dipendenza sempre più
rilevante dalla filosofia aristotelica
3. un metodo, che da una
parte è logico-deduttivo e dall'altra è didattico.
Vediamo più da vicino queste
tre proprietà.
1. Una dipendenza sempre più
rilevante dalla filosofia aristotelica
a) Le tappe della diffusione
del pensiero di Aristotele:
di Aristotele l'alto Medioevo
possedeva solo i sei trattati di logica dell' “Organon” nella traduzione del
Boezio. In verità però le scuole utilizzarono soltanto le “Categorie” e il “De interpretatione”,
che venivano denominati con l'espressione "Logica antica".
Poco dopo il 1128, in varie forme,
ricomparve la cosiddetta " Logica nuova", che utilizzava gli “Analytica
priora”, gli “Analytica posteriora”, i “Topica”, gli “Elenchi”.
Verso la fine del XIII secolo
l'intera dottrina logica di Aristotele era assorbita dal pensiero europeo.
Dopo la logica fu la volta delle
opere speculative. Toccò prima alla “Physica”, cui nel corso del secolo XIII si
affiancano la “Metafhysica” e i vari scritti di etica, la politica... Dunque
nel corso del XIII secolo l'intero corpus della filosofia aristotelica
venne completandosi.
b) i problemi suscitati
dall'incontro con Aristotele:
Mentre le opere della “Logica nuova”
erano giunte direttamente in greco e quindi trasmettevano il pensiero autentico
di Aristotele, la “Metaphysica” e la “Physica” invece giunsero nei commenti e
nell'esposizione degli studiosi arabi, che conferivano al discorso di
Aristotele un carattere fortemente neoplatonizzante, ciò soprattutto in Ibn
al-Farid , Avicenna e Al-Ghazali. In fondo questa platonizzazione di
Aristotele, operata dai musulmani, rispondeva ad un'esigenza di ortodossia:
Aristotele non era né cristiano né musulmano e la sua filosofia comprendeva
delle dottrine, come quella che concerne l'eternità dell'universo, che
contrastavano con l'idea della creazione proprio dell'ortodossia cristiana e
maomettana. A spingere in senso neoplatonizzante contribuì anche un fatto molto
contingente: nel catalogo delle opere di Aristotele, che i Siriani trasmisero agli
Arabi, si erano introdotti due trattati essenzialmente neoplatonici:
- la teologia di Aristotele, che si
ispira alle Enneadi di Plotino (libri IV
– V – VI);
- il "Liber de causis", che
si ispira alla "Elementatio theologica" di Proclo.
I cristiani del Medioevo dunque in
questi filosofi arabi scoprirono un mondo, che giungeva a loro abbastanza
familiare, infatti Calcidio, Boezio, Dionigi, Scoto Eriugena, Teodoro di Chartres,
Gilberto de La Porée si erano regolati sugli stessi principi platonici.
Dunque la prima spinta araba venuto
dalla Spagna, per il suo aristotedismo neoplatonizzato, si compose
armonicamente con il platonismo cristiano e gli conferì una consistenza
scientifica.
Ma verso l'inizio del XIII secolo
cessò questa armonica composizione e si produsse un conflitto tra filosofia
araba e filosofia cristiana. Il centro di questa tensione fu l'università di
Parigi. Qui era tutto un fervore di traduzione di Aristotele e dei suoi
commentari e dei suoi commentatori arabi. Si fece appunto una traduzione della “Metaphysica”
di Aristotele direttamente su un testo greco appena giunto da Costantinopoli e
cominciarono ad affiorare quegli elementi del pensiero aristotelico, che le
precedenti versioni arabe avevano smussato per esigenze di ortodossia.
Nel frattempo cominciano a circolare
anche i commenti di Averroé (1126 -1198), che diversamente da Avicenna, voleva
riproporre il pensiero di Aristotele senza addomesticamenti i neoplatonici. A
Parigi quindi si produsse tutto un movimento di ricerca del vero Aristotele e
quindi di allontanamento dai commenti arabi, che avevano influito nel secolo
XII.
Il mondo cristiano si trovò così
assalito da una massa di concezioni, che gli apparivano del tutto nuove. L'autorità
ecclesiastica, forse anche per concedere il tempo per discernere, cominciò a
pronunciare le sue proibizioni:
+ 1210: il concilio provinciale di
Parigi proibì sotto pena di scomunica, che si insegnassero a Parigi, sia in
pubblico sia in privato, le opere di Aristotele sulla filosofia naturale e le
opere che le commentavano;
+ 1215: gli statuti dell'università
di Parigi consentivano solo la lettura della logica aristotelica.
Si noti che la proibizione
dell'insegnamento non impediva che i maestri si dedicassero allo studio
profondo del nuovo Aristotele, se non altro per poterlo combattere. Del resto
le opere aristoteliche continuarono a diffondersi.
Quando Innocenzo IV nel 1245 estese
la proibizione all'università di Tolosa e quando nel 1263 Urbano IV la
rinnovò, era oramai tardi e inutile.
Nel 1366 sarà la stessa autorità
pontificia a chiedere ai candidati alla licenza in Arti lo studio degli stessi trattati
di Aristotele, che essa aveva proibito per tanto tempo.
2. La scolastica come metodo
Il Cayré né sottolinea:
a) il carattere logico-deduttivo
b) il carattere
didattico.
a) Il carattere
logico-deduttivo del metodo scolastico si rivelò nel lavoro di
collezione delle sentenze dei Padri circa le varie questioni teologiche. Era
facile rinvenire delle contraddizioni fra le auctoritates, ma, d'altra parte,
la venerazione per le auctoritates era tale, che non si poteva minimamente
pensare di superare la contraddizione, eliminando qualche auctoritas,
qualificandola come erronea.
Si impose perciò l'esigenza di
trovare delle vie, dei principi, che consentissero di superare queste
contraddizioni.
Abelardo aveva fatto ricorso a dei
criteri di critica storico-letteraria, ma non ebbe molto seguito: il pensiero
medievale infatti di allora non aveva ancora molta dimestichezza con il metodo
storico. Si trovò una via d'uscita nella logica, che nel XII secolo trovava
crescente interesse: la logica fornì agli scolastici, come mezzo per superare
le contraddizioni, le distinzioni e le sottodistinzioni della deduzione sillogistica.
Nacqueo così i "Libri sententiarum".
Attraverso le distinzioni e suddistinzioni
della deduzione sillogistica gli scolastici introdussero nel lavoro teologico
la capacità speculativa della ragione umana, che indusse un'esigenza
sistematica nel campo teologico. E questa esigenza trovò coronamento nelle “Summae”.
b) Il metodo scolastico
oltre ad un carattere logico-deduttivo, aveva anche un carattere didattico:
era, infatti, un metodo, che si sviluppò nella scuola, durante l'insegnamento,
in funzione dell'insegnamento.
Come era fatta la scuola? Due erano i
momenti salienti: la lectio e la disputatio. La lectio consisteva nella
lettura e spiegazione di un testo:
+ per le arti: un testo di Aristotele;
+ per la teologia: la Bibbia, ma
presto si impose l'opera di Pier Lombardo, il "Libri quattuor
sententiarum";
+ per il diritto canonico, il "Decretum
"di Graziano .
Il magister intercalava la lettura
del testo con glosse: nacque così il testo scolastico: al centro del foglio
l'opera, che veniva letta, ai margini le glosse del magister. Talora queste glosse
venivano raccolte a parte, in un libro particolare (ad es. per la
canonistica le glosse al Decretum Gratiani vennnero raccolte nelle “Summae in Decretum”).
Talora erano gli studenti stessi ad
elaborare dei riassunti e degli indici delle lectiones magistrali. Si formarono
così vari tipi di testi scolastici.
Presto però alla lectio si aggiunse
un nuovo momento, quello della disputatio: una specie di dialettica, che
si svolgeva sotto la presidenza e responsabilità di uno o più maestri.
Si poneva la quaestio, si
presentavano le soluzioni pro o contro, ricorrendo agli argomenti che si
ritenevano più convincenti, alla fine del dibattito il maestro raccoglieva e
ordinava gli argomenti pro e contro e forniva la soluzione.
Tutto ciò si trova riproposto nella “Summa”
di San Tommaso, dove il materiale della questione è ordinato secondo lo schema
ternario:
+ prima di tutto si pone la questione;
+ in un secondo momento si adducono
delle auctoritates contrarie tra loro;
+ infine abbiamo la soluzione del
problema secondo il magister.
C'erano due tipi di dispute: quelle
che si tenevano regolarmente alla fine di ogni settimana o alla fine di due
settimane: per queste occasioni i maestri sceglievano degli argomenti ordinati,
il cui insieme potesse costituire un tutto: nacquero così le “Quaestiones
disputatae’.
E le dispute che avevano luogo una o
due volte all'anno, vicino a Pasqua e a Natale e trattavano argomenti
qualsiasi: nacquero così le “Quaestiones quodlibetales”.
Per questa via le scuole esercitarono
un'influenza profonda sul pensiero medievale: tutte le grandi opere di Tommaso
d'Aquino, ad eccezione forse della “Summa contra gentes”, sono uscite
direttamente dal suo insegnamento o sono state concepite in funzione
dell'insegnamento. Lo stesso si può dire degli altri grandi maestri.
La nascita della canonistica
Nell'Alto Medioevo anche la
produzione canonistica ebbe un carattere compilatorio, consisteva infatti in
collezione di prescrizioni desunte dalla Bibbia, dai Padri e dai concili. Si
trattò sempre di collezioni di carattere privato e ad uso locale, il cui
valore giuridico non stava nell’autorevolezza della collezione stessa, ma nel
peso delle singole auctoritates.
Ricordiamo due collezioni particolari:
·
la “Dionysiana”, creata Roma tra il 497 e il 527; nel
774 papa Adriano la fece consegnare a Carlo Magno;
·
la “Pseudoisidoriana”, che fu composta nel secolo IX.
Una nuova stagione di produzione
canonistica si ebbe nei primi decenni del Mille: si volle raggruppare in modo
metodico e chiaro i vari precetti canonici, fino ad allora dispersi nelle varie
collezioni. L'opera più cospicua di questo momento è il “Decretum” di Burcardo
di Worms, che rispondeva alla esigenza di purificazione morale, non istituzionale,
della chiesa imperiale.
La riforma gregoriana portò nel mondo
della canonistica due elementi di rilievo:
·
l'esigenza di abbandonare le forme del diritto
germanico per recuperare le forme della Chiesa primitiva, il diritto romano;
·
una nuova situazione del papato in seno alla comunità cristiana:
il papato assunse un ruolo sempre più centrale nella vita ecclesiale (si
ricordi il riferimento al papato da parte dei monasteri per l'esenzione; si
ricordino i legami più stretti dell’episcopato col papato in seguito alla sua liberazione
dalle ingerenze laicali; si ricordi il diritto d'appello al papa da parte dei
vescovi degli abati). Questa nuova
situazione da una parte costrinse il papato ad una notevole attività
legislativa, dall'altra pose il papato di fronte all'esigenza di fondare la sua
azione su basi legislative più definite e più precise, che affermassero
inequivocabilmente il diritto della Sede Romana.
A partire da queste prospettive
si sviluppò una nuova produzione di collezioni con carattere privato. Questo
lavoro si compì in aree geografiche diverse, su principi ispiratori
diversi.
In Italia:
·
la “Sententiae diversorum patrum”, in 74 titoli,
attribuita a Umberto di Silva Candida; questa collezione è anteriore al
pontificato di Gregorio VII, con ogni probabilità va collocata sotto il
pontificato di Leone IX;
·
il “Breviarium” o “Capitolare”, composto
dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Attone, su invito di Gregorio VII;
·
la “Collectio canonum” di Anselmo di Lucca, apparsa
verso il 1083: questa collezione è molto importante e fu molto utilizzata;
·
la “Collectio canonum” del cardinal Deusdedit,
comparsa nel 1087;
·
pochi anni dopo Bonizone di Sutri, un gregoriano radicale,
compose Il suo "Liber de vita christiana";
·
verso il 1185-1113 comparve il “Polycarpus” del cardinale
Gregorio.
In Francia:
esponente massimo dell'attività
compilatoria riformatrice fu Ivo di Chartres, che intorno agli anni 1094-1096
produsse tre collezioni:
·
la "Collectio trium partium";
·
il "Decretum", dove si rifece alla "Collectio
trium partium"e al “Decretum” di Burcardo;
·
la "Panormia", opera molto sintetica,
rispondente ad esigenze pratiche.
In Spagna:
intorno agli anni 1110-1120 venne
elaborata la “Collectio Caesaraugustana” (=di Saragozza), che si ispirava sia alla
tradizione italiana sia alla tradizione francese.
Nell'affrontare queste compilazioni
dovettero porsi sia l’esigenza di individuare la tradizione autentica per
distinguerla da quella falsa, sia l’esigenza di discernere la tradizione con
valore generale da quella con valore particolare.
Il criterio comunemente accolto fu di
prendere come parametro di autenticità il papato: però questo criterio fu
diversamente inteso:
·
le collezioni puramente romane assunsero una linea
piuttosto radicale, sostenendo che si potevano ammettere solo le leggi date o
approvate dal papato. Questa linea radicale rispondeva alle esigenze
di sostenere giuridicamente il programma gregoriano, finiva però con
l'eliminare i testi celtici, franchi, germanici e orientali, che non avevano a che
fare con il programma gregoriano.
·
Le collezioni francesi invece seguirono una linea più
equilibrata: ammettevano tutti i testi, che non si opponevano alle leggi romane
e quindi nelle collezioni francesi ritroviamo testi che la linea romana aveva
scartato. Al fondo di questa posizione c'era l'idea di un “ius commune”, che
certo aveva nel papato il suo culmine, ma non vi si riduceva: e pertanto non
era necessario che ogni disposizione particolare provenisse positivamente dal
papato.
Evidentemente questo criterio era
insufficiente a risolvere le contraddizioni presenti nelle autoritates. Si elaborò
così lentamente un metodo per creare concordia, un metodo che non si limitava a
definire una graduatoria gerarchica dei testi particolari, ma giungeva anche a individuare
ed applicare regole di critica testuale. Alla fine si arrivò all'introduzione
del metodo dialettico, su esempio del "Sic et non" di Abelardo.
Arriviamo così al camaldolese,
docente a Bologna, Graziano, con la sua "Concordia discordantium canonum”,
comunemente nota come "Decretum ".
L'opera trovò la sua redazione
definitiva dopo il 1139, cioè dopo il Concilio Lateranense II.
Vi si utilizza sia il criterio delle “auctoritates”
sia quello della “ratio”.
Nella sua opera Graziano si servì di
circa 3900 testi desunti per lo più da decretali, Padri della Chiesa e concili.
Si può dire che in questo modo il Decretum conteneva tutta la tradizione
disciplinare dell'Occidente.
Però Graziano non si limitò ad
accumulare le “autoritates”, applicò a questo lavoro la "ratio”, al fine
di superare le discordanze, come ben dice il titolo dell'opera. Per questa via
Graziano andò oltre il criterio della stretta autorità papale, che aveva
ispirato le collezioni romane del tempo gregoriano; per questa via Graziano si
mise sulla linea di Ivo di Chartres e di Abelardo.
L'opera consta di tre parti:
·
prima parte: comprende 101 distinzioni;
·
seconda parte: comprende 36 cause, scelte e discusse
alla luce dei canoni;
·
terza parte: ripartita in cinque distinzioni, che riguardano
alcuni sacramenti ed alcune questioni liturgiche e teologiche.
L'opera ebbe una fortuna immediata:
sia come testo di studio, divenne infatti il testo base per la scuola di
diritto canonico, sia come opera di consultazione.
Fino a Graziano il diritto canonico
era sempre stato strettamente legato alla teologia e sempre in posizione di
inferiorità rispetto ad essa. Con Graziano si può dire che si attuò la
separazione e nacque la scienza canonistica qua tale.
E’ significativo che Dante esalti la
persona di Graziano, collocandola nel Paradiso a fianco di Pietro Lombardo, tra
il 12 spiriti sapienti del canto X (103-105):
“Quell'altro
fiammeggiare esce dal riso
di
Grazian, che l'uno e l'altro foro
aiutò sì che piace in paradiso”.
Abbiamo detto che il decreto fu usato
nelle scuole come testo: i magistri, che lo commentavano, presero perciò il
nome di decretisti.
La chiesa non attribuì al Decretum
valore ufficiale, Ma di fatto lo considerò fondamento di quel grande edificio,
che fu la codificazione del suo diritto e infatti il Decretum venne a costituire
la prima parte del “Corpus juris canonici”.
Ma il diritto canonico non poteva
essere un corpus immutabile di norme; per sua natura doveva continuamente
crescere nelle mani dei suoi compilatori per effetto dell'opera legislativa,
portata avanti soprattutto da colui, che il Decretum Gratiani riconosceva come
autorità suprema e custode del diritto canonico: il papa.
I papi infatti si presero il compito
di interpretare il Decretum soprattutto in relazione a domande, che venivano rivolte
alla Santa Sede circa il diritto ecclesiastico o in relazione a liti concrete.
Con Alessandro III presero sviluppo le
decretali papali come risposta a questi problemi. Le decretali papali divennero
presto numerose, perciò si cominciò a raccoglierle in collezioni private, come
appendici al Decretum.
Si ebbero così le cosiddette “Quinque
compilationes”, una raccolta iniziata nel 1190: due tra queste compilazioni assunsero
un carattere ufficiale: la III, che nel 1209 Innocenzo III aveva fatto redigere
da parte di Pietro di Benevento e la V, fatta redigere da Onorio III nel
1220.
Gregorio IX poi promosse la raccolta
delle decretali degli ultimi 100 anni: affidò l'opera a Raimondo di Peñafort: il
5 settembre 1234 comparve così il "Liber decretalium extra vagantium”, detto anche “Decretales Gregorii
in quinque libri”: non si trattava di un vero e proprio libro legislativo, però
venne usato in tale senso, divenendo libro di valore ufficiale per tutto l'Occidente.
Bonifacio VIII nel 1298 fece aggiungere
una nuova collezione di decretali: il "Liber sextus".
Clemente V poi curò la collezione
detta "Decretales clementinae”, connessa con la posizione di vertice, che
il papato aveva assunto nell'Occidente cristiano.
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