Sacerdozio e Regno
nella dottrina e nell’azione
politica
dAlla seconda metà del XIII
secolo
ALLA PRIMA META’ DEL SECOLO
xiv
1
La relazione Sacerdozio - Regno
nella dottrina dei canonisti e
dei teologi della
seconda metà del tredicesimo secolo
A.
I canonisti
Presso i canonisti della seconda metà del XIII
sec. la posizione espressa da Innocenzo IV divenne sententia communis.
B.
I teologi
Tra i teologi invece si affermarono due tendenze:
· una tendenza favorevole ad una certa
autonomia del potere temporale
· una tendenza di visione nettamente
ierocratica.
La tendenza favorevole ad una certa autonomia del potere
temporale
Fra gli esponenti di questo filone ricordiamo S. Tommaso.
Nel ripensare la relazione temporale-spirituale Tommaso poté disporre di due fondamentali
opere di Aristotele: l'Etica e la Politica. Giunse così ad elaborare il
decisivo concetto di "Politica come organismo fondato sulla natura
sociale dell'uomo”: in questa prospettiva il potere temporale veniva ad avere
un fondamento proprio di diritto naturale, distinto ed autonomo nel suo
ordine. Infatti nella IIa IIae q.10 a.10 Tommaso afferma:
"Ius autem divinum, quod est ex gratia, non tollit ius humanum, quod
est ex naturali ratione”.
(Lo stato è per Tommaso come per Aristotele
la “societas perfecta” [S. Th. 1, II, 90, 3 ad 3: “Ad tertium dicendum quod,
sicut homo est pars domus, ita domus est pars
civitatis, civitas autem est communitas perfecta, ut dicitur in I Politic. Et
ideo sicut bonum unius hominis non est ultimus finis, sed ordinatur ad commune
bonum, ita etiam et bonum unius domus ordinatur ad bonum unius civitatis, quae
est communitas perfecta. Unde ille qui gubernat aliquam familiam, potest quidem
facere aliqua praecepta vel statuta; non tamen quae proprie habeant rationem
legis…”]. Chiaramente poi Tommaso sostiene che il bonum dello stato è
prioritario tra i beni umani: “ad tertium dicendum est quod bonum reipublicae
est praecipuum inter bona humana” [S. Th. 2,II, 124 5 ad 3]).
A questo punto tra Regno e Sacerdozio si dà una
chiara distinzione funzionale e giurisdizionale, fondata su un principio assai
più decisivo delle ragioni bibliche e storiche addotte dai decretisti di
tendenza dualista nel corso del conflitto dottrinale della seconda metà del
sec. XII.
Dal fatto che rimane l'orientamento verso la
finalità soprannaturale, quale finalità ultima della vita umana, derivano però
sia l'esigenza moraIe della collaborazione tra i due poteri, sia l’esigenza
morale per il potere temporale cristiano di interpretare la sua
autonomia in sottomissione spirituale al potere sacerdotale.
Il fatto che diversi discepoli di Tommaso
(Bartolomeo di Lucca, Agostino Trionfo) siano divenuti esponenti della corrente
ierocratica non può portare a mettere in dubbio la posizione tendenzialmente
dualista del maestro: la ricerca storica deve sempre privilegiare le fonti
autentiche del maestro e deve sempre ponderare con estrema prudenza gli
sviluppi dei discepoli, che non necessariamente diventano dei fedeli
interpreti del loro maestro e che non necessariamente ritengono di doversi
situare in continuità con il loro maestro.
Una difficoltà invece può
essere sollevata da un passo autentico dello stesso Tommaso (Super
IV libros Sententiarum, II, d.44, expos textus ad 4; sul
pensiero di Tommaso circa i due poteri cfr Y.- M. CONGAR, L’Église…,
239-241):
"Potestas spiritualis et saecularis utraque deducitur a potestate
divina. Et ideo in tantum saecularis potestas est sub spirituali in quantum est
ei a Deo supposita, scilicet in his quae ad salutem animae pertinent. Et ideo
in his magis est obediendum potestati spirituali quam saeculari. In his autem
quae ad bonum civile pertinent est magis obediendum potestati saeculari quam
spirituali, secundum illud Mt 22,21: reddite quae sunt Caesaris Caesari...”.
Come si vede fin qui
abbiamo una presentazione dualistica. Ma poi prosegue: “…nisi forte potestati
spirituali etiam saecularis potestas coniungatur, sicut in papa, qui utriusque
potestatis apicem tenet… hoc illo disponente qui est Sacerdos et Rex”.
Qui non si deve leggere
un orientamento teocratico: qui Tommaso fa semplicemente riferimento alla
situazione storica e provvidenziale di allora, dove il papa riuniva i due
poteri in ordine al patrimonio di S. Pietro, esercitandovi anche la suprema
autorità temporale e dove anche il contesto di Christianitas consentiva al papa
alcuni interventi nel temporale (negli stati che erano legati feudalmente alla
Santa Sede; nell'iniziativa della crociata; in certi tipi di giudizio).
La tendenza
nettamente ierocratica
In generale possiamo dire che presso questi
teologi è meno vivo l'influsso del pensiero aristotelico, pertanto la loro
riflessione non prende le mosse da una considerazione della natura umana ma da
una considerazione della storia letta a partire dalla realtà del peccato
originale, che ha indotto nell'uomo una corruzione che può essere superata solo
grazie all’azione redentrice di Cristo. Ricordiamo quale esponente di questo
filone Egidio Romano Colonna (1243? – 1316; agostiniano, vescovo di Bourges).
Nel 1301 pubblicò il ''De ecclesiastica
potestate" dove svolgeva queste considerazioni:
- il peccato
originale ha corrotto l'uomo in maniera tale che solo la redenzione operata da
Cristo può renderlo giusto nel suo essere e nel suo agire;
-
l'opera
redentrice di Cristo è continuata nel tempo dalla Chiesa: solo la Chiesa è in
grado di rendere giusto l'uomo in tutto il suo essere, in tutto il suo agire,
settore temporale compreso (Chiesa=corpo gerarchizzato che si esprime
pienamente nel vicario di Cristo);
-
la Chiesa ha
perciò un potere giurisdizionale pieno universale;
-
tale potere
si estende anche alla temporalità; in temporalibus la Chiesa gode di una
iurisdictio primaria, superior, regularis, directa. Tale iurisdictio in
temporalibus però diventa esecutoria solo in certi casi straordinari (cfr Y.– M. CONGAR, L’Église…,
272-273);
-
in questa
prospettiva l'unzione del re è l'atto con cui la Chiesa rende legittimo il
potere regale, che solo da questo momento in poi può esercitarsi nel diritto.
2
La relazione Sacerdozio - Regno
nell’azione politica di Bonifacio VIII e Filippo il Bello
Questa volta antagonista del papa non è più
l'imperatore, ma il re di Francia. Il mutamento diventa comprensibile solo se
si presta attenzione all'evoluzione politica, che si è compiuta nell'occidente
cristiano.
Un primo dato rilevante è rappresentato dal
chiaro declino dell' impero medievale tedesco.
In seguito al crollo degli Hohenstaufen, dovuto
in gran parte alla nuova solidarietà papato-Francia, l'impero per circa mezzo
secolo rimase senza un titolare indiscusso: svigorito nel suo fulgore sacrale
per via del contrasto col papato, svigorito anche nella sua forza
realistico-terrítoriale per il prevalere dei particolarismi, l'impero attenuò
sempre più il suo carattere universale e divenne sempre più un'istituzione
della nazione tedesca.
Ma anche l'altro polo dell'universalismo
medievale, il papato, si trovò ben presto investito da una grande crisi, di cui
ci limitiamo a presentare molto sinteticamente alcuni aspetti.
A.
Con Innocenzo IV la
politica papale assunse un carattere decisamente francofilo: significativo il fatto che in meno di 25
anni si
succedettero ben quattro papi francesi: Urbano IV (1261 1264), Clemente
IV (1265-1268), Innocenzo V (1276), Martino IV (1281-1285). Evidentemente
l'elezione di papi francesi comportò la nomina di parecchi cardinali francesi.
Questo legarsi del papato ad una nazione particolare contribuì al progressivo
smarrimento della dimensione universale dell'ufficio papale, soprattutto
laddove la coscienza nazionale determinava un atteggiamento di ostilità nei
confronti dell'alleanza papato-Francia (Inghilterra e Germania). I solchi, che
si vengono a formare già in questo contesto portano verso le rotture dei tempi
della Riforma. Il gruppo dei cardinali francesi, che si consolidò sempre più,
si contrappose al gruppo italiano e venne così a determinarsi una profonda
spaccatura in seno al collegio cardinalizio, che perciò spesso giungerà ad
eleggere i papi solo dopo interminabili conclavi: 32 mesi di conclave per
l'elezione di Gregorio X; 27 mesi per l' elezione di
Celestino V; 10 mesi per l'elezione di Niccolò IV; 6 mesi per l'elezione di
Martino IV e Niccolò III. Complessivamente si rileva che in 40 anni (1254
-1294) si sono avuti più di 84 mesi di sede vacante (cioè più di 7 anni). E'
chiaro che tutta la situazione ne risentiva, anche perché si agevolavano le
ambizioni e le intromissioni del potere secolare negli affari della Chiesa,
oltre che nello stesso Conclave.
B.
In un
momento storico così carico di tensioni il papato ebbe anche a soffrire per la
media brevità del pontificati: dal 1254 (elezione di Alessandro IV) al 1294
(elezione di Bonifacio VIII) si susseguirono 13 papi. Se da questi 40 anni si
detraggono i lunghi periodi di sede vacante (7 anni in totale), avremo una
media di due anni e mezzo per pontificato! Evidentemente tutto ciò impedì al
governo papale di esplicarsi con efficienza e continuità di indirizzo.
C.
Sull'indirizzo
globale del pontificato ed in particolare sulle tensioni e sugli orientamenti
dei conflitti influì la tendenza culturale dei papi di quest'epoca: Alessandro
III prima, Innocenzo III, Gregorio IX, Innocenzo IV e Bonifacio VIII poi furono
tutti giuristi di grande levatura. In essi prevalse la tendenza a vedere la
Chiesa più sotto il profilo delle strutture esterne giurisdizionali, che sotto
quello soprannaturale; da qui la tendenza ad affermare come un dato di
principio teologico la visibilità terrena e la forza d’autorità, di cui la
Chiesa potente e ricca di quel momento disponeva di fatto e da qui anche il
radicalizzarsi in senso anti-gerarchico e anti-istituzionale delle tendenze
spirituali.
Una chiara espressione di questa crisi del papato
si ebbe negli avvenimenti connessi con le elezioni di Celestino V e Bonifacio VIII. Alla morte di
Niccolò IV (4 aprile 1292) il collegio cardinalizio contava dodici cardinali,
divisi in due gruppi: il gruppo degli orsiniani, che evidentemente faceva capo
alla famiglia degli Orsini e in politica seguiva un indirizzo guelfo-angioino e
il gruppo dei colonnesi, guidato dai Colonna, che invece aveva un orientamento
ghibellino-aragonese. Questa spaccatura per mesi impedì il formarsi della
maggioranza dei due terzi necessaria per l'elezione del nuovo papa. Alla fine,
dopo 27 mesi, vari elementi (impressione per la morte di un Orsini; ribellione
dei comuni di Orvieto e di Roma; pressione di Carlo II d'Angiò sui cardinali e
sull' eremita Pietro da Morrone, che inviò un messaggio al conclave, perché
desse velocemente un capo alla Chiesa) spinsero i cardinali a far cadere la
loro scelta su un ottuagenario estraneo al collegio cardinalizio, che viveva da
eremita sulle montagne di Sulmona (5 luglio 1294): Pietro da Morrone. Era un
uomo di alto valore spirituale, ma privo di ogni esperienza curiale e di ogni
preparazione diplomatica e giuridica. Cosciente di questi suoi limiti, Pietro
dapprima fece resistenza all'elezione, poi, spinto da ogni parte, cedette e
assunse il nome di Celestino V.
L'età, avanzata del nuovo papa farebbe intuire
che, eleggendolo, i cardinali pensavano ad un breve pontificato di transizione,
che praticamente doveva esaurire il suo scopo nel rinnovamento del collegio
cardinalizio per consentire poi una meno controversa elezione papale. Il
carattere altamente spirituale del nuovo papa probabilmente era pure dovuto ad
un certo calcolo: il popolo, accontentato nelle sue attese spirituali, non
avrebbe dato segni di ribellione e di dissenso di fronte ad un pontificato,
che, pur nascendo da un'interminabile conclave, si prospettava di breve durata.
La plenitudo potestatis
nelle mani di un uomo, che spiccava per la sua "plenitudo simplicitatis”,
degenerò spesso in "indocta potestas”, asservita agli interessi
particolari di Carlo II d'Angiò (Celestino V accettò di farsi
consacrare in una città del regno angioino (L'Aquila); poi ancora accettò di
fissare la sua residenza a Napoli, capitale del regno angioino; anche nel
creare i nuovi cardinali privilegiò notevolmente Carlo Il: su dodici cardinali
sette erano francesi e di questi sette ben quattro erano del regno angioino) e di certi frati
spirituali estremisti.
I cardinali, cui Celestino V da tempo non
concedeva udienza, quando fu loro possibile incontrare il papa, si ritennero
in dovere di informarlo degli errori compiuti e della grave situazione che
s'era venuta a creare. Da uomo retto e scrupoloso qual era, Celestino V subito
si informò presso coloro, che erano esperti in diritto canonico (Benedetto Caetani), circa la
legittimità della rinunzia. Il papa volle affrettare i tempi e il 13 dicembre
1294, dopo soli cinque mesi di pontificato, rassegnò le dimissioni.
Benedetto Caetani il 24 dicembre 1294 fu chiamato
a succedere a Celestino V con il nome
di Bonifacio VIII. Per evitare che Pietro da Morrone venisse strumentalizzato
dagli spirituali estremisti magari per dare vita ad un movimento scismatico,
Bonifacio VIII face rinchiudere l'eremita nel castello di Monte Fumone, dove
visse in "onorata prigionia'' fino al 19 maggio 1296.
Gli spirituali, delusi
per la rapida fine del loro sogno e subito colpiti dai provvedimenti del nuovo
papa, si vendicarono facendo circolare varie accuse e gravi dicerie: Bonifacio
VIII non si sarebbe limitato a dare a Celestino V chiarimenti giuridici circa
la rinuncia, ma addirittura lo avrebbe costretto alle dimissioni; Bonifacio
VIII non si sarebbe limitato a tenere Pietro da Morrone chiuso nel Castello di
Monte Fumone, ma addirittura. gli avrebbe procurato una morte violenta.
Nei momenti di contrasto e di lotta, queste tesi
furono facilmente assunte dagli avversari di Bonifacio VIII per metterne in
dubbio la legittimità e per vanificarne autorità .
Questa crisi dei due poli dell'universalismo
medievale favorì il formarsi e lo svilupparsi dei regni nazionali, fondati su
una monarchia dinastica e sugli asserti del diritto imperiale giustinianeo:
così in Portogallo sotto Dionigi l'Agricoltore (1279 - 1325); così in Aragona
e Catalogna sotto Giacomo I (+1276), Pietro III (+1285) e Giacomo II (+1327);
così in Castiglia sotto Alfonso X il Saggio (1252 - 1284); così in Scozia
sotto Alessandro III (+1286); così in Inghilterra già dagli inizi del secolo;
così in Boemia sotto Ottocaro II (+1278).
Senz'altro nella seconda metà del secolo XIII la
Francia è la nazione modello
dell'Europa. Lo Stato-regno venne sempre più prendendo consistenza
grazie al succedersi di re come Filippo II Augusto (+ 1223), san Luigi IX
(+1270) e Filippo IV il Bello (1286 - 1314).
Il formarsi di questi regni nazionali ebbe un
riflesso sulla vita internazionale, che fu caratterizzata da tensioni e
conflitti; un regno, infatti, per svilupparsi, doveva spesso ledere i diritti
di un altro regno (si pensi alla Guerra dei Cento anni tra Inghilterra e Francia
(1337 - 1453), preparata dai conflitti dei secoli XII e XIII).
Il formarsi dei regni nazionali, dominati in
maniera imperiale dai vari re, ebbe un riflesso anche sulla vita interna delle
singole nazioni: la costruzione dello stato moderno imponeva un lavoro di
centralizzazione amministrativa, giudiziaria, finanziaria, che coinvolgesse
tutti gli aspetti della vita, istituzioni ecclesiastiche comprese. Parecchie
immunità ecclesiastiche tradizionali
furono così calpestate, perché inconciliabili con la nuova concezione dello
stato: ciò provocò i conflitti tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello.
Ma vediamo come in ambiente francese si concepì
lo stato nazionale: riferimento obbligato sono gli scritti di Pierre Flotte, Guillaume
de Nogaret, Perre Dubois, Guillaume de Plaisians, Jean Quidort (o de Paris) (Su
questo tema cfr G. DE LAGARDE, Alle origini dello spirito laico. Bilancio
del XIII secolo, I vol.,Brescia, 1961, 252-277, in particolare: 263
– 273; una sintetica esposizione delle dottrine di questo periodo si trova in
Y. CONGAR, L'Église…, 269 - 295. Uno studio specifico su questo argomento:
J. RIVIERE, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le
Bel. Étude de théologie positive, Louvain-Paris, 1927).
Tre sono i principi fondamentali:
·
L'origine naturale della
civitas, espressa con una formula, che poi divenne classica: "Regnum a Deo
mediante natura hominum et mediante humana institutione quae inclinationem
naturae perficit". Evidentemente la derivazione diretta del Regno da Dio
attraverso la “natura hominum” e la “humana institutione” svuota l'unzione
regale di ogni valore costitutivo: il potere sacerdotale nel consacrare il re
non conferisce nessun diritto e nessuna legittimazione, ma solo perfeziona
moralmente un potere già pieno.
·
Lo stato come
"società perfetta" cioè dotato di “vitae sufficientia": la vita
statale dunque ha dentro di sé tutti i mezzi, che le sono necessari per
esplicarsi e quindi non deve dipendere da nessun altro ordine di cose.
·
Il re, quale imperatore
nel suo regno, ha il potere di fare leggi, abrogare le leggi imperiali, imporre
nuove costituzioni. Da questa sovranità suprema deriva che il re non ha su di
sé nessun legislatore e nessun giudice del suo operato.
Da questi principi vengono tratte tutte le
conseguenze utili a delineare e regolare i rapporti fra la sfera spirituale e
la sfera temporale.
Una prima fondamentale conseguenza sta
nell'affermazione della distinzione delle due potestà quanto ai loro atti, al
loro oggetto, al loro fine. Poiché il governo del Regno appartiene al solo
potere regale, il papa non può intervenire in nessun modo, neppure “ratione
peccati”: può svolgervi opera di mediazione non in ragione del suo ufficio, ma
solo quale persona privata, scelta dalle parti in causa.
Una seconda conseguenza riguarda il modo di
concepire i benefici e le immunità ecclesiastiche: poiché si esplicano a
livello temporale, i benefici e le immunità ecclesiastiche dipendono dalla
"benignitas” e dalla “permissio” del re, che nel fare queste concessioni
non perde, ma conserva la facoltà di disporre diversamente, se lo richieda la
“utilitas reipublicae”. Vedremo come questo modo di pensare provocherà aspri
conflitti con la curia romana.
In connessione con la crisi del papato prendono
sviluppo in Francia anche alcune tesi ecclesiologiche, tendenti a moderare il
ruolo della gerarchia ed in particolare del papato mediante l'affermazione del
ruolo ecclesiale dei laici: “Sancta mater ecclesia non solum est ex clericis,
sed etiam ex laicis”( è un’affermazione
desunta dal trattatello polemico Rex pacificus: P. DUPUY, Histoire du
differend d’entre le pape Boniface VIII et Philippe le Bel roy de France,
Paris 1655, 21-22. Quest'opera presenta tutti i documenti più rilevanti che
sono stati stilati nel corso dei vari contrasti). A partire da questo principio si viene
a sostenere che il re di Francia, quale re cristiano, è, in ragione del suo
ufficio, “defensor ecclesiae”. Ciò gli dà un ruolo particolare in ordine alla
conservazione della Chiesa gallicana: ne deve difendere le antiche prerogative
e libertà contro le intromissioni papali.
Quale re cristianissimo, difensore della Chiesa,
il re di Francia deve occuparsi anche della Chiesa universale, in cui la sua
dinastia, quale "directrix veritatis”, ha un compito particolare da
svolgere per la salvaguardia della giustizia: a partire da questo principio,
Filippo il Bello ritenne di dovere procedere contro l'eretico Bonifacio VIII,
promuovendo la convocazione di un concilio.
Come si vede intorno alla monarchia francese si
sono sviluppate delle concezioni, che contrastano nettamente con l'orientamento
pontificio, legato alle idee tendenzialmente
ierocratiche di un Innocenzo IV e di un Egidio Romano.
Primo conflitto tra
Filippo il Bello e Bonifacio VIII (1296 -1297)
L'occasione è data dalle esazioni, che re di
Francia e re d'Inghilterra impongono anche al clero per il finanziamento della
guerra in corso fra i due regni. Il fatto che tale esazione sia stata fissata
senza avere interpellato la Sede apostolica, costituiva una chiara lesione di
alcune disposizioni conciliari (cfr il canone 10° del Concilio
Lateranense II, il canone 19° del Concilio Lateranense III; il canone 46° dei
Concilio Lateranense IV) ed insieme una chiara affermazione del potere regio sulle
immunità ecclesiastiche e sulle chiese locali. Bonifacio VIII perciò ritenne
di dovere richiamare il pensiero ecclesiastico con la bolla "Clericis
laicos”. Vi sono impartite disposizioni radicali:
+
scomunica e
deposizione per i chierici, che senza permesso della Sede Apostolica, fanno
concessioni economiche al potere temporale;
+
scomunica per i
sovrani, che senza permesso della Sede Apostolica impongono tasse alle
istituzioni ecclesiastiche;
+
interdetto per
le università, che appoggiano in questo i poteri civili.
La reazione di Filippo il Bello si espresse il 17
agosto 1296 con un provvedimento, che praticamente determinava il blocco dei
contributi e delle rendite, che la curia romana riceveva dalla Francia (dalla
Francia non dovevano uscire né oro, né argento, né lettere di cambio, né
cavalli, né materiale bellico; gli stranieri per continuare a soggiornare in
Francia dovevano ottenere personalmente un salvacondotto regio: questo
provvedimento colpiva gli ecclesiastici stranieri, che avevano ottenuto
benefici in Francia, ed i banchieri ed i collettori italiani che raccoglievano
in Francia le imposte pontificie).
Colpito duramente sul
versante finanziario, Bonifacio VIII dovette accusare il colpo e fare
retromarcia: dal novembre 1296 al luglio 1297 pubblicò una serie di documenti,
che miravano a precisare la “Clericis laicos” in senso restrittivo. In particolare
con la “Etsi de statu” (31 luglio 1297) Bonifacio
VIII offrì i criteri per un'autentica interpretazione della ''Clericis
laicos":
+
si distingue
tra beni ecclesiastici e beni feudali e si afferma che i beni feudali, affidati
ad ecclesiastici, non cadono sotto le misure della “Clericis Iaicos”;
+
si distingue
tra esazione imposta autoritativamente e richiesta di sussidi amichevolmente
concordati e si afferma che la "Clericis laicos” condanna solo le
esazioni imposte autoritativamente e quindi le richieste amichevoli di sussidi
concordati con la Santa Sede sono possibili;
+
a proposito
del consenso della Sede Apostolica si distingue tra normalità e caso urgente:
nel caso di urgente necessità si può procedere “inconsulto etiam Romano
Pontifice". A determinare quando si configuri il caso urgente è la
coscienza del re.
Come si vede nella "Etsi de statu" non
viene per nulla rimangiato il principio delle libertà ecclesiastiche; rimane
quindi in linea di principio la proibizione per gli Stati di imporre al clero
tasse o esazioni, che possono essere consentite solo dall'autorità apostolica.
Tuttavia l'introduzione del caso di urgente necessità determinato dalla
coscienza del sovrano, pregiudica a livello pratico i principi che vengono
sostenuti a livello teorico.
Questo provvedimento determinò un avvicinamento
tra le due parti: la pace ritrovata fu suggellata con la canonizzazione di
Luigi IX (Orvieto, 11 agosto 1297).
Non si può escludere che Bonifacio VIII sia
giunto a più miti propositi anche per evitare che Filippo il Bello appoggiasse i
Colonna, che da qualche tempo erano entrati in lotta con il papa.
Il conflitto di Bonifacio
VIII con i Colonna
Alla base del contrasto c’erano profonde ragioni
di divergenza e dissidio.
Una prima ragione era di carattere ecclesiastico:
i Colonna avevano una concezione corporativa del potere primaziale della
Ecclesia Romana, ritenevano cioè secondo
accreditate visioni canonistiche d'allora, che i cardinali insieme con il papa
costituissero il soggetto dei diritti primaziali. Conseguenza necessaria di
tale visione era che il Papa non avrebbe potuto agire senza il parere dei
cardinali. Bonifacio VIII invece aveva una concezione accentratrice dei poteri
primaziali.
Un secondo elemento di
contrasto era rappresentato dai diversi orientamenti in politica
internazionale: i Colonna da ghibellini appoggiavano l'aragonese Federico di
Sicilia, che Bonifacio VIII aveva scomunicato; Bonifacio VIII invece, essendo
legato alla famiglia degli Orsini, era d'indirizzo guelfo e pertanto appoggiava
Carlo II d'Angiò.
Infine anche beghe di
famiglia alimentavano il dissidio: i Colonna, presenti sulla scena della
nobiltà romana da tempo, cercavano in ogni modo di impedire ai Caetani l'ingresso
nell'alta società, ostacolandone l'espansione territoriale, l'ascesa alle
cariche pubbliche ed i legami matrimoniali con le famiglie più influenti.
L'ostilità divenne conflitto aperto e feroce il 2
maggio 1297, quando Stefano Colonna a mano armata si impossessò del tesoro
personale del papa, mentre veniva portato da Anagni a Roma.
Da piccolo nobile contadino qual era, Bonifacio
VIII era visceralmente legato ai suoi beni, frutto di risparmi e di continui
affari, perciò dovette accusare duramente il colpo, concedendo libero sfogo al
suo carattere primario ed irruente: lo si intuisce dalla pesantezza delle
condizioni che impose ai Colonna: ovviamente la restituzione del tesoro rubato,
ma anche la consegna di Stefano per la carcerazione e addirittura la consegna
alla diretta amministrazione della S. Sede dei centri di Palestrina e Zagarolo,
che erano le più importanti roccaforti dei Colonna. Bonifacio VIII nel fare
giustizia mostrava dunque di volere sfruttare il torto subito per colpire la
famiglia rivale.
I dieci giorni passarono, ma i due cardinali
Colonna si guardarono bene dall'ottemperare al mandato di comparizione. Il risultato
fu che Bonifacio VIII mise in gioco tutto il rigore della sua ''pleritudo
potestatis”: fece entrare i Colonna nella categoria dei blasfemi, degli
scismatici e degli eretici, non si dimenticò affatto della scomunica
minacciata, sanzionò poi la confisca dei beni e tutto concluse con una bella
maledizione fino alla quarta generazione (Bolla "Papis abscissus”
del 23 maggio; sono nominati espressamente i Cardinali Jacopo e Pietro e cinque
fratelli di quest'ultimo).
Bonifacio VIII, quando vide che tutto ciò non
riusciva a ridurre gli avversari all'obbedienza, fece ricorso al mezzo
decisivo: la guerra crociata.
Nell'ottobre del 1298 Palestrina, roccaforte dei
Colonna, fu conquistata e rasa al suolo. Ai Colonna non rimase altro che
piegarsi di fronte al potente avversario e accettare l'internamento a Tivoli.
Da qui poi, non appena fu possibile, fuggirono: nel 1303 troveremo i due
ex-Cardinali Colonna in Francia per partecipare alla preparazione dell'ultimo
atto della lotta francese contro Bonifacio VIII, in cui proprio un Colonna,
Sciarra, giocherà un ruolo di rilievo.
Ma dobbiamo dire che i Colonna non erano affatto
rimasti in silenzio in quel maggio 1297, quando Bonifacio VIII aveva cominciato
a imperversare contro di loro, di volta in volta avevano contrapposto agli
atti papali un loro manifesto.
Il primo manifesto fu reso noto prima del
concistoro del 10 maggio con l'intento di vanificare i provvedimenti, che
Bonifacio VIII avrebbe preso nei loro confronti: infatti fondandosi su 14
ragioni i Colonna dichiaravano invalida l'abdicazione di Celestino V e quindi
la stessa elezione di Bonifacio VIII diventava illegittima. Per riportare nella
Chiesa la normalità i Colonna chiedevano infine la convocazione di un concilio.
Al concistoro del 10 maggio fece seguito un
secondo manifesto, in cui i Colonna passarono ad attaccare direttamente la
persona di Bonifacio VIII: questi con mezzi fraudolenti avrebbe spinto
Celestino V all'abdicazione e poi, non ancora pago di tanto abominio, avrebbe
tolto di mezzo il buon Celestino, facendolo morire di morte violenta. Un nuovo
appello al Concilio concludeva il manifesto.
Alla scomunica del 23 maggio i Colonna reagirono
con un terzo manifesto, in cui attaccavano non tanto questo o quel crimine di
Bonifacio VIII, ma tutto il suo sistema di governo. Al papa rivale prima di
tutto i Colonna rimproverano di governare tirannicamente, ignorando e
calpestando completamente i diritti dei Cardinali (affiora la visione
corporativa del soggetto dei poteri primaziali); in secondo luogo lo
rimproverano di simonia nella collazione dei benefici. Conclusione
inevitabile, ancora una volta, l'appello al concilio, per cui si chiede
l'impegno di tutta la cristianità, dei principi e soprattutto del re di
Francia.
Un rilievo circa gli appelli al concilio: non
devono essere considerati un conciliarismo ante litteram, in quanto qui non si
contrappone il concilio ad un papa: per i Colonna Bonifacio VIII non è papa,
perché eletto illegittimamente e perché è peccatore incorreggibile (= eretico
secondo la mentalità del tempo) [Il problema del giudizio nei
confronti del papa “a fide devius" sarà da noi affrontato nel corso della
tesi dedicata al conciliarismo].
Una parola anche sulle accuse, che i cardinali
Colonna mossero contro Bonifacio VIII: presso gli spirituali e presso gli
ambienti francesi fecero fortuna non per la loro fondatezza, ma semplicemente
per l'odio che si nutriva verso il papa Caetani: in realtà subito 16 cardinali,
di cui dodici erano stati testimoni dell'abdicazione di Celestino e della
elezione di Bonifacio, scagionarono il papa sia dalle calunnie circa la morte
di Celestino, sia dalle calunnie circa l'elezione, dimostrando fra l'altro che
tutto si era compiuto con la partecipazione dei Colonna.
Il secondo conflitto tra
Bonifacio VIII e Filippo il Bello
Il re di Francia, sfruttando le possibilità
concesse dalla "Etsi de Statu", si era guardato bene dal tenere conto
delle immunità e delle libertà ecclesiastiche: si trattava dunque di
richiamarlo al dovere.
Purtroppo Bonifacio VIII affidò questa missione a
Bernard Saisset, vescovo di Pamiers, che, avendo poco tempo prima accusato
Filippo il Bello di falsificazione di moneta, corruzione e commercio della
giustizia, si era precluso ogni possibilità dì essere accolto e ascoltato dal
re. Infatti ben presto il vescovo si trovò sottoposto a giudizio e condannato
per crimine di lesa maestà, tradimento del re, simonia, bestemmia ed eresia (24
ottobre 1301).
Bonifacio VIII venne direttamente coinvolto nella
vicenda: da una parte Bernard Saisset, rifacendosi ai suoi diritti di vescovo,
non riconosceva la competenza di coloro che l'avevano giudicato e faceva
appello alla sola autorità, che potesse legittimamente giudicare un vescovo: il
papa, dall'altra il consiglio del re pure si rivolgeva al papa, per ottenere la facoltà di eseguire la
condanna (deposizione, incarcerazione).
Bonifacio VIII senza ponderare debitamente la
questione, intervenne con tre provvedimenti piuttosto esagerati
+
con la bolla
“Salvator mundi” (5 dicembre 1301) praticamente riaffermò la "Clericis
laicis” nel suo senso radicale;
+
con la bolla
“Ante promotionem nostram" (5 dicembre 1301) convocò a Roma i vescovi
francesi ed i maestri parigini per un concilio, che si sarebbe dovuto tenere
l’1 novembre 1302;
+
con la bolla
“Ausculta fili” (5 dicembre 1301) si
rivolse a Filippo il Bello, sia per delineare i principi ecclesiologici secondo
cui bisognava impostare la relazione tra i due poteri (Bonifacio VIII qui
anticipò in qualche modo i temi della “Unam sanctam” in particolare
richiamò il dovere di sottostare al papa) sia per stigmatizzare la perversa condotta del re (Il papa non si limitò a
ricordare gli abusi contro le immunità e libertà ecclesiastiche, me richiamò
anche la freddezza di Filippo nei confronti della crociata e indirettamente dichiarò che il re,
arrestando Saisset, era Incorso nella scomunica).
Sotto il profilo politico il provvedimento più
pericoloso era senz’altro rappresentato dal tentativo papale di legare a sé nel
concilio romano l'episcopato e la cultura francese, provocando una grave
spaccatura nel regno. Filippo il Bello lo intuì e lavorò soprattutto per
vanificare questo progetto.
Giocò tre mosse:
+
prima di
tutto proibì ai sudditi francesi, sotto minaccia di morte e di confisca dei
beni, di ricevere pubblicamente o privatamente lettere parali;
+
in secondo
luogo con delle proposizioni estratte dalla bolla “Asculta fili" (la bolla “Ausculta fili”
fu poi bruciata) venne
elaborata una falsa bolla papale, “Deum time”, in cui si attribuiva a Bonifacio
VIII la pretesa de sottomettere il re al potere pontificio anche “in
temporalibus”: la radicalità dell'asserto non poteva suscitare che opposizione;
+
in terzo
luogo il 10 aprile 1302 in Nôtre Dame de Paris gli stati generali del regno,
convocati forse per la prima volta, furono informati delle idee, che Bonifacio
VIII avrebbe espresso nella “Deum time”. La minaccia di spaccatura a questo
punto fu totalmente scongiurata ed il re ottenne il consenso, unanime del suo
regno (in realtà il consenso
dell’episcopato fu tutt’altro che spontaneo: lettere di vescovi francesi,
inviate al papa in quella circostanza, fanno intuire velatamente che le
pressioni regie furono notevoli).
Il 24 giugno 1302 in un concistoro solenne la
curia romana mostrò di voler proseguire con decisione sulla strada intrapresa:
alla compattezza del regno francese fu contrapposta la piena solidarietà del
collegio cardinalizio con il papa; alle pretese francesi di sottoporre a
giudizio l'Anticristo Bonifacio VIII si rispondeva con l'affermazione del diritto
della "plenitudo potestatis papae” di intervenire nell’ambito civile
“ratione peccati” con facoltà di
deporre il re. Nel novembre del 1302 si tenne poi il concilio annunciato:
poterono intervenirvi anche dei vescovi francesi, poiché la sconfitta francese
a Courtray (11 luglio 1302) fu interpretata in Francia come un giudizio di Dio
e determinò perciò un certo ripensamento (fra l'altro a Courtray avevano
perso la vita alcuni importanti consiglieri dei re (Flotte e Artois)).
Durante il concilio fu comminata la scomunica
contro tutti coloro che impedivano le libere relazioni dei vescovi con il papa.
Dopo il concilio, il 18 novembre 1302, fu emanata la bolla “Unam sanctam” (I
passi più significativi della bolla sono reperibili in Denz-Sch 870-875. L'edizione
integrale è reperibile in I. B. LO GRASSO Ecclesia et status: De mutuis
officiis et iuribus fontes selecti,
Roma 1939, n. 432-438).
Possiamo distinguere quattro parti:
- + affermazione dottrinale dell'unità - unicità della Chiesa, al di fuori della quale non c'è salvezza: l'unità – unicità del Corpo mistico comporta l'unicità del caput: Gesù Cristo ed il suo vicario (Denz-Sch 870-872); [“Che ci sia una ed una sola Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica noi siamo costretti a credere ed a professare, spingendoci a ciò la nostra fede, e noi questo crediamo fermamente e con semplicità professiamo, ed anche che non ci sia salvezza e remissione dei nostri peccati fuori di lei, come lo sposo proclama nel Cantico: "Unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica alla madre sua, senza pari per la sua genitrice", che rappresenta un corpo mistico, il cui capo è Cristo, e il capo di Cristo è Dio, e in esso c'è "un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo". Al tempo del diluvio invero una sola fu l’arca di Noè, raffigurante l’unica Chiesa; era stata costruita da un sola braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta. Questa Chiesa noi veneriamo, e questa sola, come dice il Signore per mezzo del Profeta: "Libera, o Signore, la mia anima dalla lancia e dal furore del cane, l’unica mia". Egli pregava per l’anima, cioè per Se stesso (per la testa e il corpo nello stesso tempo) il quale corpo precisamente Egli chiamava la sua sola e unica Chiesa, a causa della unità di promessa di fede, sacramenti e carità della Chiesa, ossia "la veste senza cuciture" del Signore, che non fu tagliata, ma data in sorte. Perciò in questa unica e sola Chiesa ci sono un solo corpo ed una sola testa, non due, come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro; perché il Signore disse a Pietro: "Pasci il mio gregge". "Il mio gregge" Egli disse, parlando in generale e non in particolare di questo o quel gregge; così è ben chiaro, che Egli gli affidò tutto il suo gregge. Se perciò i Greci od altri affermano di non essere stati affidati a Pietro e ai suoi successori, essi confessano di conseguenza di non essere del gregge di Cristo, perché il Signore dice in Giovanni che c’è un solo ovile, un solo e unico pastore];
- + sul tema dell'unità - unicità viene innestato il tema della dualità: l'unica Chiesa possiede due spade: la spada spirituale viene usata “ab ecclesia”, la spada temporale viene usata “pro ecclesia... manu regum et militum sed ad nutum et patientiam sacerdotis”. Vi è un chiaro riferimento a S Bernardo, però il significato delle due spade viene stravolto: qui le due spade non rappresentano più la “vis coactiva materialis et suiritualis papae”, ma rappresentano invece i due poteri ("oportet enim gladium esse sub gladio et temporalem auctoritatem spirituali subiici potestati); (Denz-Sch 873 righe 1-7) [Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, cioè, ed una temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: "Ecco qui due spade" (che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare) il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: "Rimetti la tua spada nel fodero". Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l’Apostolo dice: "Non c’è potere che non venga da Dio e quelli (poteri) che sono, sono disposti da Dio", essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottoposta all’altra, e, come inferiore, non fosse dall’altra ricondotta a nobilissime imprese];
- +
il tema della
dualità viene ordinato all’unità - unicità della Chiesa attraverso la
gerarchizzazione dei due poteri: il potere spirituale è superiore a quello
temporale sia in ragione della sua dignità, sia in ragione della "materia”
su cui esercita il suo potere, sia in
ragione del fatto che “spiritualis potestas terrenam potestatem istituere
habet et iudicare, si bona non fuerit..." Anche qui si fa riferimento ad
uno spiritualista postgregoriano: Ugo da S.Vittore, stravolgendo il senso del
sue discorso: con il termine “istituere" non si fa più riferimento al
gesto liturgico della consacrazione-incoronazione come corroborazione spirituale
di un potere già presente, ma piuttosto, in linea con Egidio Remano, si
interpreta la consacrazione-incoronazione come atto che rende pienamente
legittimo il potere temporale: pertanto da un discorso di priorità morale si
passa ad un discorso di priorità giurisdizionale (Denz – Sch 873 righe 7 -16); [Poiché secondo san Dionigi è legge divina che l’inferiore
sia ricondotto per l’intermedio al superiore. Dunque le cose non sono
ricondotte al loro ordine alla pari immediatamente, secondo la legge
dell’universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso
le superiori. Ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere
spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le
cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Il che, invero, noi possiamo
chiaramente constatare con i nostri occhi dal versamento delle decime, dalla
benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale potere e
dall’esercitare il governo sopra le medesime, poiché, e la verità ne è
testimonianza, il potere spirituale ha il compito di istituire il potere
terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così si avvera la
profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: "Ecco,
oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni" ecc. Perciò se il
potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere
spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il
supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non
dagli uomini; del che fa testimonianza l’Apostolo: "L’uomo spirituale
giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo",
perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non
è umana, ma senz’altro divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e
resa inconcussa come roccia per lui ed i suoi successori, in colui che egli
confessò, poiché il Signore disse allo stesso Pietro: "Qualunque cosa tu
legherai...". Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio,
si oppone ai comandi di Dio, a meno che non pretenda, come i Manichei, che ci
sono due principi; il che noi affermiamo falso ed eretico, poiché (come dice
Mosè non nei principi, ma "nel principio" Dio creò il cielo e la
terra];
- + definizione: “subesse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus et pronunciamus omnino esse de necessitate salutis” (Denz – Sch 875). L'affermazione è tratta dal "Contra errores Graecorum” di s. Tommaso.
Tentiamo ora di valutare
la bolla. Essa si ispira fondamentalmente al "De ecclesiastica
potestate" di Egidio Romano; con ogni probabilità la redazione del testo
fu curata dal cardinale Matteo D’Acquasparta. Circa il valore da attribuire
alla bolla occorre distinguere tra la definizione finale e il corpus che la
precede. Da tempo canonisti e teologi riconoscono alla definizione finale
valore dogmatico, evidentemente restringendone la portata all'ambito
spirituale. Il corpus, che precede la definizione finale, viene invece
dissociato come brano che sviluppa una ideologia legata alle concezioni del
tempo (cfr Y. M. CONGAR, L’Église…, 275 -276). Tenendo conto di tutti
gli elementi, sembra che si possano vedere nel pensiero di Bonifacio VIII due
stadi:
·
stadio dell'origine del potere temporale: l'unica fonte, l'unica
origine di ogni potere quaggiù in terra è il Vicario di Cristo. "De iure”
quindi il potere civile compete al papa. In questo stadio abbiamo dunque una
tendenza chiaramente monista;
·
stadio del potere temporale costituito: quando il potere temperale
è costituito si dà invece una certa dualità, in quanto il papa non può
esercitare il potere temporale, ma può solo giudicarlo, fino a privarne la persona, che lo esercita.
Dal novembre 1302 al marzo 1303 Filippo il Bello
condusse una serie di trattative con la curia romana in vista di una conciliazione:
in realtà ciò che il re di Francia voleva non era affatto la conciliazione, ma
piuttosto ottenere all'esterno e all'interno un attimo di calma relativa, che
consentisse di approntare in segreto i passi decisivi contro Bonifacio VIII. Il
12 marzo si riunì infatti segretamente nel Louvre una commissione, composta da
cinque vescovi, dai 2 fratelli del re e da alcuni collaboratori; vi pontificò,
incontrastato, il Nogaret, che, fondandosi sulle accuse di illegittimità,
eresia, peccaminosità notoria e incorreggibile di Bonifacio VIII, affermava la
necessità di un concilio per giudicare il papa, che nel frattempo doveva essere
catturato e sostituito da un vicario. In ordine a questi impegni, secondo il
Nogaret, il re di Francia, quale re cristianissimo e defensor ecclesiae, aveva
una responsabilità singolare.
Dal canto suo Bonifacio VIII, pur non conoscendo
i contenuti di questa riunione segreta, decise di inasprire l'azione contro
Filippo il Bello, poiché le trattative non davano esito alcuno: sul piano
temporale, il Papa tentò di spingere sia il re dei Romani Alberto, sia il re di
Inghilterra Edoardo a rompere ogni alleanza con Filippo il Bello per portargli
guerra.
Una seconda riunione, tenutasi nel Louvre il 13
luglio 1303, riprese le decisioni della prima, cercando di ottenere i più alti
consensi sia interni sia esteri, attraverso una vasta azione di propaganda (in
questa campagna vennero lanciate contro Bonifacio tutte le accuse possibili e
immaginabili: eretico, perché negatore dell'immortalità dell'anima, della
transustanziazione, della vita eterna; peccatore in quanto esigeva per sè culto
idolatrico, compiva pratiche sodomitiche, commerciava con il diavolo,
ostacolava la pace…).
La manovra francese raggiunse anche Roma e
costrinse il Papa ad una tenace azione di difesa, che sarebbe dovuta culminare
con la bolla “Super Petri solio”, in cui si sarebbe dichiarato che il re di
Francia, incorso in varie scomuniche, si era reso inabile ad esercitare
legittimamente il suo potere; i sudditi sarebbero stati sciolti perciò dal
giuramento di fedeltà; i patti internazionali sarebbero stati dichiarati
nulli; la deposizione del re sarebbe divenuta inevitabile, se non avesse dato
segni di conversione: tutto ciò doveva diventare di dominio pubblico l'8
settembre 1303.
Nogaret, non appena ebbe notizia, si mosse per
impedire la pubblicazione della bolla: il 7 settembre un piccolo esercito di
circa 1000 fanti e 300 cavalieri, guidato da Nogaret e Sciarra Colonna, entrò
in Anagni e si impossessò del palazzo papale. A Bonifacio VIII si posero
durissime condizioni di resa: reintegrazione deli cardinali Colonna, consegna
del tesoro della Chiesa ad alcuni cardinali anziani, abdicazione e prigionia.
Con fermezza e dignità il papa vi oppose un netto rifiuto. Al terzo giorno, 9
settembre, la gente di Anagni si strinse intorno al suo papa: approfittando
dell'ubriachezza di gran parte della soldataglia, i popolani costrinsero gli
assalitori alla fuga e tributarono al Papa simpatiche manifestazioni di
affetto.
Il 18 settembre Bonifacio VIII ritornò a Roma, dove
poco dopo morì (11 o 12 ottobre).
Oggi ormai la storiografia, liberatasi da certi pregiudizi
e divenuta più critica verso le fonti, formula un giudizio sereno. Si
riconosce abbastanza unanimemente l'infondatezza delle accuse di eresia e si
ridimensiona alquanto l'accusa di immoralità: Bonifacio VIII non si distinse
per particolari degenerazioni morali; semplicemente mostrò di possedere sia un
gusto spregiudicato per il conoscere e la discussione, sia alcune debolezze di
spirito (nepotismo; il culto del proprio casato; carattere irruente e rozzo).
Questi elementi furono poi coloriti e negativamente trasfigurati dalla
fantasia popolare e dall’odio degli avversari.
Dominato da un alto senso della grandezza della
Chiesa e dell' autorità primaziale, Bonifacio VIII, se ne fece tenace difensore
contro gli assolutismi regalisti delle monarchie nazionali, ma purtroppo ciò
fece in base ad una visione ierocratica e piuttosto terrena.
3
Il papato e Ludovico il Bavaro
Per comprendere questo
nuovo scontro tra papato e impero, bisogna considerare alcuni fatti che lo
hanno preparato. Con la morte di Corrado IV (1254) l'impero rimase praticamente
privo d un titolare indiscusso e significativo sul piano politico.
[Dal
1254 al 1273 abbiamo il periodo del “Grande interregno”, in cui si
contrapposero due pretendenti al trono di Germania e all'impero: Riccardo di
Cornovaglia e Alfonso di Castiglia Nel 1273 si fece unità intorno a Rodolfo I
d'Asburgo, che però morì nel 1291 senza essere riuscito a cingere la corona imperiale;
il suo successore Adolfo di Nassau (1282) divenne così inviso da meritarsi la
deposizione (1298); quale re di Germania fu eletto Alberto I d'Austria, che
però fu contrastato dagli elettori renani e finì ucciso nel 1308 senza avere
ottenuto la corona imperiale. Il nuovo re di Germania, Enrico VII di
Lussemburgo, finalmente nel 1312 riuscì ad ottenere la corona imperiale, ma
subito dopo, per via della sua politica italiana, fu osteggiato dai Francesi,
dagli Angioini e da papa Clemente V. Enrico VII morì il 24 agosto 1313 presso
Siena]
In questo contesto, il
potere tedesco in Italia fu contrastato e in parte soppiantato dai progetti di
espansione mediterranea della Francia e del regno di Aragona: il Sud Italia fu
praticamente spartito tra i due contendenti, in quante gli Angioini di Francia
si imposero sulle terre continentali, mentre gli Aragonesi si assicurarono la
Sicilia; nelle altre parti di Italia, Francia e Angioini, appoggiati spesso dai
Papi francesi della seconda metà del secolo XIII e del periodo avignonese,
riuscirono a fare prevalere i partiti di indirizzo guelfo.
Sempre in questo contesto
di quasi vacanza o di vacanza effettiva dell'impero, a partire dalla rilettura
ierocratica del vecchio principio del diritto imperiale giustinianeo, secondo
cui spetterebbe al potere spirituale intervenire, quando mancasse il potere
temporale competente, il Papato giunse a rivendicare per sé l'amministrazione
dell'impero vacante e quindi il diritto di nominare vicari imperiali per
l'Italia. Tale pretesa trovò codificazione nella bolla "Pastoralis
cura" di Clemente V. E' chiaro che i papi filofrancesi si servirono di
tale prerogativa per assicurare in Italia la prevalenza degli interessi
francesi e Angioini a danno dell'impero tedesco.
L’occasione prossima di conflitto fu offerta
dalla doppia elezione, che si verificò nel 1314, allorché si volle dare a
Enrico VII un successore. Il 19 ottobre 1314 il conte Palatino, l'arcivescovo
di Colonia, il duca di Sassonia ed il re di Boemia elessero Federico d'Austria,
detto il Bello.
Il 20 ottobre 1314, l'arcivescovo di Magonza, l’arcivescovo
di Treviri, il re di Boemia, il duca di Sassonia ed il margravio di Brandeburgo
elessero Ludovico il Bavaro.
A proposito di questa elezione si deve prima di
tutto rilevare che due grandi elettori (il duca di Sassonia e il re di Boemia) parteciparono
ad entrambe le elezioni: si potrebbe pensare a un ripensamento, ad uno
sganciamento dal partito di Federico d'Austria e quindi si dovrebbe ritenere
che dalla parte di Lodovico stava la maggioranza dei grandi elettori. Ma nel
sistema elettorale di allora, la maggioranza quantitativa non era decisiva,
poiché i voti venivano pesati, più che contati ed entrambi i partiti potevano
affermare di disporre della pars sanior, cioè della maggioranza qualitativa. Il
conflitto non poteva dunque essere
risolto con i mezzi del diritto elettorale!
Dopo l'elezione, i due
contendenti si fecero incoronare re di Germania (25 novembre): Ludovico il
Bavaro poté farsi incoronare nella sede tradizionale di Aquisgrana, ma non
poté disporre del tradizionale “consecrator", poiché l'arcivescovo di
Colonia era tra gli elettori dell'avversario: fece ricorso allora all'arcivescovo
di Magonza. Federico d'Austria poté godere dell'intervento del "consecrator”
tradizionale, l'arcivescovo di Colonia, ma come sede della incoronazione
dovette scegliere Bonn, poiché Aquisgrana era nelle mani dell'avversario.
Dunque anche in ordine ai diritti di
consacrazione-incoronazione regale i due si trovavano in situazione di parità (una
rigorosa valutazione giuridica di questa doppia elezione è reperibile in H.
MITTEIS, Die deutsche königswahl. Ihre Rechtsgrundlagen bis zur Goldenen
Bulle, Darmstadt 1977, 213-221).
Federico il Bello e Ludovico il Bavaro si
rivolsero al papa Giovanni XXII (1316-1334), che ne approfittò sia per
affermare il suo diritto di decidere la questione, sia per rimandare tale decisione:
perdurando la vacanza imperiale, il papa poteva infatti continuare ad
esercitare, secondo la "Pastoralis cura", quel diritto di vicariato,
che gli consentiva di affidare l'amministrazione dell'Italia imperiale ad
esponenti del partito guelfo-francese (secondo gli studiosi del
periodo avignonese, il pontificato di Giovanni XXII rappresenta il momento del
massimo politicismo papale a scapito degli aspetti più puramente spirituali.
Superfluo dire che la politica italiana di Giovanni XXII seguì un orientamento
decisamente guelfo-francese, anti-imperiale). Infatti Giovanni XXII affidò subito a Roberto
di Napoli il ruolo di vicario imperiale per l'Italia e dette avvio ad una
crociata contro gli "eretici ribelli" lombardi capeggiati dal
ghibellino Matteo Visconti.
Grazie alla vittoria di Mühldorf (1322),
Ludovico il Bavaro riuscì a catturare Federico il Bello e ad affermarsi come
unico re di Germania, imperator electus.
Secondo i tradizionali diritti regali, Ludovico
il Bavaro oramai riteneva decisa la questione dell'elezione: poteva dunque
esercitare i suoi poteri imperiali senza dovere dipendere da un verdetto
papale: poteva dunque intervenire in Italia per appoggiare i Visconti,
impegnati in una guerra contro il legato papale (Bertrand du Poujet, detto
Poggetto).
Tale modo d'agire, che misconosceva il diritto
papale di “conferma" in ordine al potere imperiale, ledeva la pretesa
papale di vicariato durante la vacanza dell'impero e insieme comprometteva
l'orientamento guelfo-francese, irritò Giovanni XXII, che ingiunse a Ludovico
il Bavaro, sotto pena di scomunica, di presentarsi ad Avignone entro tre mesi
(bolla “Attendentes” dell’8 ottobre 1323. Sulla politica italiana del
papato avignonese e sulle sue relazioni con l’impero cfr G. MOLLAT, Les
papes d’Avignon (1305-1378), Paris 194610, 145-379).
Allo scadere
dell'ultimatum il conflitto divenne aperto e aspro. Giovanni XXII rispose alla
non comparizione di Ludovico con la scomunica (23 marzo 1324). Così facendo,
agiva secondo quella visione ierocratica, che si era affermata presso la curia
romana partire dal pontificato di Innocenzo IV (in quell'epoca
esprimevano questo orientamento:
TOLOMEO
DI LUCCA, Determinatio compendiosa de jurisdictione imperii,
ALVARO
PELAYO, De planctu ecclesiae
AGOSTINO
TRIONFO, De duplici potestate praelatorum et laicorum e Summa de
potestate ecclesiastica
Per
una presentazione sintetica del contenuto di queste opere e per l'indicazione
dell'edizione cfr Y. M. CONGAR, L'Église…, 270-281).
Il re di Germania dal
canto suo con il manifesto di Sachsenhausen del 22 maggio 1324 accettò lo
scontro frontale: prima di tutto accusò il papa di crimine notorio, che nella
fattispecie si configurava come perturbazione della pace, favoreggiamento
delle divisioni, discordie e guerre; in secondo luogo accusò Giovanni XXII di
eresia, in quanto aveva osato condannare la tesi degli Spirituali, secondo cui
Cristo e gli apostoli avrebbero praticato la povertà assoluta (bella “Cum
inter nonnullos” del 12 novembre 1323).
Il manifesto di
Sachsenhausen ci consente di ricostruire l’ambiente intellettuale, che dovette
ispirare Ludovico il Bavaro nella sua lotta contro il papato: la prima accusa,
perturbazione della pace, ci rimanda a quel Marsilio da Padova che proprio
allora pubblicava il suo "Defensor pacis"; la seconda accusa ci
rimanda invece a quegli Spirituali ribelli che erano entrati a far parte del
seguito imperiale e che in Guglielmo d’Ockham avevano l'esponente di massimo
rilievo (in questo momento del conflitto Ockham non si trovava
ancora al seguito di Ludovico il Bavaro, però le sue tesi erano qui messe in
circolazione dagli Spirituali ribelli, che in lui avevano un obbligato
riferimento culturale).
A
La relazione tra i due
poteri secondo Marsilio da Padova (1270/80 – 1342/1343)
Ci rifacciamo al "Defensor
pacis” (1324), che è l'opera principale di Marsilio Mainardini, che si era formato nell’ambiente aristotelico di Padova e
di Parigi).
Defensor
pacis,
ed.
C.W.PREVITE-ORTON, Cembridge 1928 oppure
ed. R.SCHOLZ in MGH, Fontes iuris, 2t.,
Hannover 1932-1933
ed. italiana a cura di C. VASOLI,
Torino 960
Tra
gli studi segnalo:
§
Marsilio da Padova. Studi raccolti nel VI centenario della morte, a cura di A. CECCHINI - N. BOBBIO,
Padova 1942
§
H.SEGAL, Der "Defensor pacis" des Marsilius von Padua.
Grundfragen und Interpretation, Wiesbaden 1959
§
G. DE LAGARDE, Marsile de Padoue et Guillaume d'Ockham : Études
d'Histoire du droit canonique dediées à Gabriel Le Bras, Paris 1965, 593 –
605
§
SABETTI, Marsilio da Padova e la filosofia politica del sec. XIV,
Napoli 1964
§
PINCIN, Marsilio, Torino 1967
§
J. QUILLET, La philosophie politique de Marsile de Padoue, Paris 1970
Per Marsilio da Padova
l'assenza di pace, le discordie continue, i contrasti ripetuti, che hanno
gravato e continuano a gravare sulla società cristiana, sono da ascriversi al
fatto che a partire dalla riforma gregoriana si è
sviluppata una concezione errata della società.
L'errore consiste prima
di tutto nell'avere introdotto la distinzione tra la sfera spirituale, dominata
dal potere supremo del papato, e la sfera temporale, dominata dal potere
supremo dei re o dell'imperatore: la dualità di poteri supremi doveva
necessariamente degenerare in contrapposizione dei due poteri.
I canonisti, col papato
in testa, per scongiurare ciò, avrebbero sviluppato, a partire da suggestioni
spiritualistiche, una gerarchizzazione dei due poteri, assegnando al papato
una “plenitudo potestatis”, che coinvolgeva e subordinava sempre più anche la
sfera temporale ed il supremo potere dei re ed imperatori. E questo è un
secondo errore. Questo sviluppo infatti, sempre secondo Marsilio da Padova, non
é in grado di garantire la pace, come i fatti ben dimostrano, in quanto é
profondamente anti-evangelico. Rifacendosi ai discorsi delle correnti
spirituali antigerarchiche, Marsilio ricorda che Cristo non è venuto sulla
terra per dominare sugli uomini e quindi conclude che coloro che da Cristo
ricevono il potere spirituale, non possono qui in terra esercitarlo in un
senso di dominio.
Da ciò deriva prima di
tutto che né papa né vescovi possono esercitare in terra il potere coattivo,
neppure in campo spirituale.
In secondo luogo ne viene che non ha senso
parlare di “plenitudo potestatis" papale, in quanto manca di “potestas
coactiva”.
In terzo luogo si dove dire che, stando al
vangelo, non ha senso parlare di un potere temporale dei papi su re ed
imperatori, quindi non ha senso porre il papato, quale “defensor pacis",
quale potere, che garantisca l'armonico comporsi, anziché il dilacerante
contrapporsi della dualità di sfere e poteri.
Ma veniamo alla proposta
positiva di Marsilio da Padova. Alla dualità della sfere e dei poteri, Marsilio
contrappone l'unità-unicità dello stato, che riunisce in sé tutti gli uomini ed
assicura loro il conseguimento sia
del bene terreno, sia del bene ultraterreno. Questo stato ha insieme
connotazioni democratiche, aristocratico-oligarchiche, monarchiche.
A partire dal principio
democratico, Marsilio da Padova assegna al popolo il ruolo di legislatore primo
o prima causa efficiente della legge.
In linea poi con il
principio aristocratico-oligarchico, Marsilio ritiene che il ruolo di prima
causa efficiente della legge comporti per il popolo non il diritto di compiere
l'ordinario lavoro di legislazione, ma il diritto di delegare il potere
legislativo e a delegare non è la totalità
dei cittadini, ma la "valentior pars" della "civium universitas”,
"valentior pars" intesa sia in senso quantitativo, sia in senso
qualitativo, sarebbero esclusi probabilmente i proletari, i contadini, le
donne, i bambini, i servi, gli stranieri).
Insieme con il diritto di
delega la “valentior pars" gode anche del diritto di giudicare, punire e
deporre l'eletto.
Infine secondo il
principio monarchico Marsilio sostiene che il potere legislativo deve essere
delegato ad una sola persona (legislator-rex-imperator), e questa sola presiede
a tutta la vita dello stato e dispone quanto è necessario sia al bene
temporale, sia al bene ultraterreno.
Il legislator-rex-imperator nello svolgimento del
suo ufficio si serve di tre corpi sociali: l'armata, la giustizia, il
sacerdozio. Da ciò si arguisce che per Marsilio da Padova Sacerdozio e Chiesa
fanno parte della struttura statale, sono pars civilis, pertanto diventa
insostenibile ogni pretesa di privilegium fori, di immunità ed esenzioni
ecclesiastiche: le persone ed i beni ecclesiastici dipendono dallo stato.
Questa posizione intrastatale
della Chiesa e del Sacerdozio evidentemente ha un riflesso anche nella
concezione del potere sacerdotale stesso: se quanto a potere
d'ordine i sacerdoti dipendono direttamente da Cristo e non si dà differenziazione
gerarchica, quanto a potere di giurisdizione invece dipendono dall'
"universitas fidelium", che si esprime attraverso il legislator. E' pertanto
il potere statale che promuove agli uffici ecclesiastici, giudica e depone gli
ecclesiastici, papa compreso, se ne é il caso. Anche il Concilio, in questa
prospettiva, viene letto come espressione dell'unica suprema potestà giurisdizionale,
che si dia e che risiede appunto “radicaliter” nella "universitas fidelium”
e viene “de facto” esercitata dal “legislator". Dal che deriva da una
parte che ogni autorità ecclesiastica,
papa compreso, vi è subordinata e sottomessa,
dall'altra che il valore giurisdizionale vincolante di un concilio dipende da
colui che “de facto” esercita l'unica suprema potestà dello stato: spetta
pertanto al “legislator” convocare il Concilio, garantirlo nella sua regolarità,
scioglierlo e attuarne le disposizioni.
"Per Marsilio la
Chiesa non è governata monarchicamente dal papa né collegialmente
dall'episcopato, né democraticamente da un concilio; ciò d’altra parte non
conclude ad una mera spiritualizzazione della Chiesa, ma ad una dissoluzione.
Essa infatti viene a perdere ogni carattere di società e si riduce ad una semplice
funzione dello stato" (F. ISERLOH, La idea de la Iglesia e del
Estado en la polemica del Siglo XIV : Manual de historia de la Iglesia,IV,
dir. H. JEDIN, Barcelona 1973, 581).
Come si vede, "la
lotta dei legisti in nome dei principi e delle città per raggiungere
l'autonomia e l'indipendenza della potestà secolare contro gli interventi del
potere ecclesiastico non concluse a una separazione dei due poteri nel senso
moderno, ma ad un cesaropapismo, o per lo meno un'ampia vigilanza e
sottomissione della vita della Chiesa al potere secolare" (F.
ISERLOH, La idea de la Iglesia e del Estado…, 578).
Le tesi di Marsilio, per il loro carattere
sovversivo a livello ecclesiologico, furono condannate da Giovanni XXII il 23
ottobre 1327 con la bolla “Licet iuxta doctrinam”, che raccoglieva cinque
proposizioni del “defensor pacis” (Denz – Schon 941-946).
B
La relazione tra i due poteri secondo Guglielmo d' Ockham
Poiché l'indicazione delle
edizioni delle opere di Ockham e degli studi più importanti esigerebbe uno
spazio notevole e forse eccessivo per delle semplici dispense scolastiche,
preferisco rimandare a:
Il pensiero medievale.
0rientamenti bibliografici
(=Piccola biblioteca filosofica Laterza 70) a cura di C. VASOLI, Bari 1971,
257-262.
Una presentazione sintetica
del pensiero di Ockham e della bibliografia fondamentale è offerta da: A. GHISALBERTI,
Introduzione a Ockham (= I filosofi - Laterza 20) Bari1976.
Nato verso il 1290 in
Inghilterra, divenne francescano, studiò a Oxford e qui pure si dedicò
all'indagine filosofico-teologica. Nel 1325 fu citato ad Avignone, per giustificarsi
di fronte alla curia papale, cui erano state denunciate alcune sue tesi. Ad Avignone
Guglielmo entrò in rapporti stretti con gli avversari di Giovanni XXII,
avvicinandosi così al partito di Ludovico il Bavaro.
Tra le sue opere di politica ecclesiastica
meritano un'attenzione particolare per l'individuazione del suo pensiero il
"Breviloquium de principatu tyrannico super divina et humana" (1342)
e il "De imperatorum et pontificum potestate" (1347).
I contrasti con la curia papale d'Avignone
spinsero Ockham a rivedere le tesi ierocratiche della “plenitudo potestatis
papae”, fondandosi e giustificandosi su una certa ecclesiologia, connessa con
una certa antropologia ed epistemologia.
Sia a partire dalla filosofia nominalista del
soggetto concreto individuale, sia a partire dal tema francescano della “libertas
evangelicae legis”, Ockham giunge all'esigenza di affermare l'individuo in
termini di libertà ed economia: i vincoli e le norme devono essere ridotti al minimo, che il bene comune esige. Evidentemente
il rilievo dato alla libertà dell' individuo ha un suo riflesso sul modo di
concepire le forme di aggregazione - Chiesa e Stato – ed i poteri all'interno
di tali aggregazioni.
In Ockham si dissolve ogni concezione
corporativistico-organica dell'universitas, della congregatio, della communitas,
della multitudo, della collectio, del collegium, della societas fidelium o
civium, proprio perché l'individuo vi apparirebbe come completamente ordinato
alla totalità unitaria.
Chiesa e Stato per Ockham sono “congregatio fidelium et civium”,
in quanto sono una pluralità, una molteplicità di individui. Come si vede, l’individuo non è più ordinato
alla totalità, ma è ordinante la totalità: gli individui fanno lo Stato (e sotto questo profilo Ockham esprime una visione
democratica); i singoli credenti fanno la Chiesa (sotto questo profilo Ockham
sacrifica l’aspetto misterico-pneumatico-istituzionale della Chiesa).
Il fatto che lo Stato è ordinato dalle libertà
individuali comporta che il potere statale non può non essere stabilito dalla investitura popolare,
dall'elezione da parte dei sudditi. Viene
così a crollare la pretesa ierocratica di far derivare il potere statale dalla “plenitudo
potestatis pape”. Del resto Scrittura e storia offrono a Ockham molteplici
argomenti contro la ierocrazia (Ricordo alcuni di questi
argomenti: il potere di Cristo sulla terra non fu potere di dominio terreno;
l'impero precedette il papato come risulta dalla Sacra Scrittura: Ottaviano,
infatti fu vero Augusto prima che Cristo nascesse; nella translatio Imperii
Romani ad Francos il papa non si comportò da Signore dell'impero, ma da
rappresentante del negligente popolo romano; l'impero tedesco continua
l'impero romano e pertanto precede il papato quanto a origine; Cristo
ordinando di dare a Cesare ciò che è di Cesare, ha riconosciuto vero potere
anche a una autorità, che non aveva a che fare col papato, dimostrando con ciò
l'esistenza di un vero e legittimo
potere indipendentemente dalla Chiesa).
Il potere statale è dominativo,
ma non in maniera assoluta ed arbitraria: deve infatti rispettare i limiti, che
gli vengono imposti dalle leggi divine,
dal bene comune e dalla liberta dell'uomo, che è anteriore allo Stato e fa lo
Stato.
In questa prospettiva
Ockham sostiene che i cittadini, conferendo il potere al sovrano, conservano il
diritto di negargli obbedienza.
Se il problema della
libertà dell'individuo di fronte al potere statale viene risolto da Ockham con la
tesi secondo cui sono i sudditi a trasferire il loro potere al sovrano, il
problema della libertà dell'individuo di fronte al potere ecclesiastico deve essere
invece risolto da Ockham diversamente, in quanto egli stesso riconosce che
all'origine del potere ecclesiastico vi è una disposizione non dei fedeli, ma di Cristo.
Secondo Ockham la
soluzione di tale problema sta nel fatto che il potere ecclesiastico possiede
un carattere, che non è dominativo, ma ministeriale. Libertà dell’individuo
credente e carattere ministeriale del potere ecclesiastico sono inconciliabili
con il discorso della “plenitudo potestatis papae”: Ockham riconosce al papa un
potere ministeriale di direzione della comunità cristiana, ma questo potere,
proprio per il suo carattere ministeriale, non ha nulla a che fare con la
potestà dominativa, che regge la vita temporale.
Anche nell'ambito
spirituale il potere ministeriale del papa da una parte comporta tutte e solo
quelle facoltà che sono necessarie per il bene delle anime e la direzione dei
credenti, dall'altra deve rispettare i limiti posti dalla legge divina e dal diritto
naturale.
La libertà dell’individuo credente è pure
inconciliabile con l'istituzionalizzazione dell’infallibilità ecclesiastica
nella persona del papa o nel Concilio generale: un papa istituzionalmente infallibile
nel credere non godrebbe della fondamentale libertà di fronte alla fede!
Pertanto secondo Ockham la Chiesa è infallibile, perché in ogni momento nella “congregatio
fidelium” vi è qualcuno che crede rettamente!
A
questo punto possiamo accennare alla relazione tra i due poteri.
Pur
affermando la totale indipendenza dei due poteri quanto a origine, quanto ad
esercizio e quanto ad ambito di esercizio, Ockham ammette un reciproco diritto
di intervento nella sfera altrui “casualiter”, a titolo di sussidiarietà: in
caso di necessità, quando le competenti autorità secolari mancano o sbagliano,
il papa può intervenire nelle questioni temporali per salvaguardare il bene
comune. A sua volta l'imperatore, quale credente e membro della Chiesa, può
intervenire nell'ordine ecclesiastico, quando il potere sacerdotale si riveli
incapace di garantire il bene delle anime: in questo caso l'imperatore può
addirittura convocare un concilio e deporre un papa.
Giovanni XXII, che non nutriva dubbi sulla sua “plenitudo
potestatis”, se ne servì con rigore, per reagire al manifesto di Sachsenhausen:
dichiarò Ludovico indegno del regno e dell’impero; scomunicò lui e tutti
coloro che gli avessero ubbidito e prestato aiuto; lanciò l'interdetto su
tutte le città, università, comunità religiose, che avessero concesso al duca di
Baviera aiuto, consiglio, asilo.
Sprezzante di fronte agli strali papali, Ludovico
il Bavaro nel 1327 marciò verso l'Italia, per affermarvi la sua sovranità.
A Roma, il 7 gennaio 1328, secondo le tesi di
Marsilio da Padova, Ludovico il Bavaro
+
si fece incoronare
imperatore secondo una procedura laica (11 e 17 gennaio 1328): voto popolare,
incoronazione per mano del vecchio Sciarra Colonna, capitano del popolo e
consacrazione per mano di due vescovi;
+
avvalendosi
poi delle sue prerogative di “legislator, defensor pacis”, organizzò un
processo per deporre Giovanni XXII (18 aprile 1328);
+
infine diede
vita all'elezione di un nuovo papa, riunendo un comitato di tredici chierici
romani: ne uscì eletto Pietro Rainallucci di Corvara, che subito ottenne la
ratifica da parte dell'imperatore (12 maggio 1328) e assunse il nome di Niccolò
V. Il 22 maggio insieme con la consacrazione del nuovo papa, si compì
l'incoronazione tradizionale di
Ludovico. Il nuovo scisma non ebbe lunga durata: non appena l'imperatore dovette
portarsi nell'Italia settentrionale per
tenere a bada i Visconti, passati dalla parte del papato, il “paparello”
Niccolò V si ritrovò completamente abbandonato a se stesso: prese allora la
strada di Avignone, dove il 25 luglio 1329 si sottomise al papa, ottenendo una
pensione annua di 3000 fiorini.
La
tensione tra i due poteri continuò anche sotto Benedetto XII che nel 1334
successe a Giovanni XXII. Nel 1338, con la fondamentale dichiarazione di Rense,
i principi elettori di Germania trovarono modo di esprimere ancora una volta
la loro concezione del potere imperiale:
+
il potere
imperiale viene direttamente da Dio;
+
colui che è
eletto dalla maggioranza degli elettori è legittimo imperatore e può già
esercitare legittimamente le sue funzioni, senza dovere dipendere da consenso o
conferma dal Papa; poiché Giovanni XXII non aveva nessuna ragione per
scomunicare Ludovico il Bavaro, si deve senz’altro ritenere che le sue scomuniche
sono nulle. Ludovico, con l'editto "licet iuris” (6 agosto 1338) sanzionò ufficialmente
la dichiarazione.
Durante il pontificato di
Clemente VI (1342 - 1352) negli ambienti tedeschi cominciarono ad affiorare
segni di stanchezza e da diverse parti si cominciò a pensare che la difesa dei
diritti imperiali e la pacificazione con la curia erano oramai possibili solo
se si accettava di togliere dalla scena Ludovico il Bavaro.
Questi, sentendosi
piuttosto isolato, il 18 settembre 1343 decise di venire a trattative con la
curia avignonese per abdicare e sottomettersi alla sede apostolica. Le
condizioni poste dal papa furono però così eccessive da impedire l'intesa.
Il 13 aprile 1346 Clemente
VI con la bolla "Olim videlicet" da una parte fece ricorso alla ultima
risorsa della ierocrazia papale: la deposizione di Ludovico il Bavaro, dall'altra
offrì ai principi elettori l'opportunità concreta di giustificare lo
sganciamento dall'imperatore, divenuto oramai troppo scomodo (L’interdetto,
che gravava oramai da più di vent'anni sulla Germania, aveva sconvolto la vita
di tutto il regno).
L' 11 luglio i principi
elettori elessero Carlo di Moravia, che sembrava in grado di ottenere il beneplacito papale. Ludovico il Bavaro prima di
poter dare avvio alla guerra civile, fu colto improvvisamente dalla morte
(ottobre 1347).
Ciò consenti a Carlo IV di
consolidare la sua posizione in maniera tale da poter osare nei confronti del
papato una politica, che non era di totale accondiscendenza e neppure di totale
rottura. Infatti il 5 aprile 1355, per concessione del papa Innocenzo VI, Carlo
IV ottenne a Roma la corona imperiale.
A questo punto colui, che
era ritenuto un “Pfaffenkönig” (re dei preti ),
mostrò chiaramente la sua concezione politica nel fondamentale "Bulla aurea"
(13 gennaio 1356):
+
il diritto
di eleggere il re di Germania-re dei romani- futuro imperatore spetta ai sette
grandi elettori: tre ecclesiastici(arcivescovi di Magonza, Treviri, Colonia) e
quattro laici (re di Boemia, conte palatino, duca di Sassonia, margravio di
Brandeburgo).
+
Colui, che ottiene la maggioranza quantitativa dei sette elettori, è legittimamente re di
Germania e imperatore.
+
In caso di
vacanza dell'impero, l'amministrazione è devoluta al duca di Sassonia e al
conte palatino.
Come si vede non si accenna affatto ad un diritto papale di conferma
dell'elezione, non si fa parola circa la pretesa papale di svolgere durante la
vacanza dell'impero il ruolo di vicario, che nomina i vicari imperiali per
l’Italia. Si deve pertanto riconoscere che le conseguenze della "Bulla
aurea" sono decisive:
+
ponendo
l'origine del potere imperiale in un processo elettivo, che non lascia spazi
per interventi papali, Carlo IV ha svuotato ogni pretesa papale di supremazia
nell'ambito temporale;
+
la totale
indipendenza dell’impero dal papato
significa la fine della componente sacrale dell’impero;
+
elezione
esclusivamente tedesca e fine della concezione sacrale dicono che l’impero
tedesco non ha più nessuna caratteristica di universalità, che gli consenta di
rivendicare una certa continuità con l'impero medievale: il sacro romano impero
è oramai soltanto l'imperium nationis germanicae, una confederazione di stati
tedeschi.
Con questa secolarizzazione e nazionalizzazione dell'impero si conclude il processo di distinzione, che aveva preso avvio con la riforma gregoriana.