LE ERESIE MEDIEVALI
Introduzione
L'Occidente cristiano
nell'Alto Medioevo aveva professato la fede cristiana in maniera
monolitica e aveva assorbito immediatamente le poche degenerazioni, che si
erano prodotte in seno all'ambito ristretto dei teologi. All'inizio del secolo
XI abbiamo un fatto assolutamente nuovo: la presenza di diverse forme ereticali.
E’ questo un segno del passaggio dalla mentalità di coesione alla mentalità di diastasi,
passaggio che, come dicemmo, si operò appunto del corso del secolo XI.
Le fonti
Possediamo
fondamentalmente due tipi di fonti:
1.
Le fonti narrative e documentarie: si
tratta per lo più di cronache coeve o di poco posteriori al sorgere delle
eresie stesse;
2.
le fonti dottrinali: si tratta per lo più
di opere specificamente dedicate all'eresia, dovute a controversisti e
inquisitori cattolici: in queste opere evidentemente si utilizzano delle eresie
e delle loro dottrine soprattutto quegli elementi, che possono offrire validi
spunti di polemica. Già questo fatto raccomanda una notevole cautela nell'uso
di queste fonti. Si deve Inoltre rilevare che queste opere dottrinali di
controversia compaiono solo a partire dalla seconda metà del secolo XII e
appartengono in gran parte al secolo XIII, quando l'eresia medievale ha già una
storia di due secoli quindi.
Per queste
ragioni sono senz'altro più preziose per antichità e minore faziosità le fonti
narrative, anche se per loro natura ci forniscono una documentazione
frammentaria. Si deve tuttavia avere un’avvertenza critica nell’adire a queste fonti
narrative-documentarie: gli autori guardavano alle eresie con un atteggiamento
diverso dal nostro. Noi accostiamo le varie eresie con mentalità analitica,
vogliamo cioè individuare i caratteri distinti, che consentono di cogliere la
specificità delle varie eresie. Gli autori delle cronache in questione invece
accostavano il fenomeno ereticale con mentalità sintetica: loro preoccupazione
era di ricondurre le varie forme ereticali alla classificazione, che era stata
consacrata dai Padri: la presenza di un rifiuto della realtà materiale bastò
loro per classificare le eresie del loro tempo come manichee. Non si
preoccuparono di indagare se si trattava di un dualismo gnoseologico-metafisico
o soltanto ascetico. Questo rilievo ci renderà prudenti nell'assumere dalle
fonti l’interpretazione neo-manichea delle eresie medievali.
Nota storiografica
Possiamo
distinguere nella produzione storiografica sulla eresia medievale quattro
periodi:
1. i primi studi
risalgono alla fine del Cinquecento e agli inizi del Seicento: si connettono
con quel gusto per l'erudizione storica, che portò alla edizione delle grandi
raccolte di testi e documenti medievali (D’Achery, Martène, Du Plessis d’Argentré).
Dobbiamo porre una riserva circa il metodo: si tratta di studi che risentono
fortemente del clima di polemica religiosa vigente tra cattolici e riformati,
quindi sugli intendimenti prettamente storici prevalgono quelli apologetici.
2. A partire dalla
metà del secolo XIX compaiono le prime opere caratterizzate da interesse prevalentemente
storico e da metodi rigorosamente scientifici. I nomi più significativi e
tuttora di valore sono quelli di Christoph Ülrich Hahn; Charles Schmidt. Nella
seconda metà del secolo XIX abbiamo anche una notevole produzione storiografica
sul valdismo, che costituisce ancora oggi quanto di meglio sia stato scritto
sull'argomento (A.W. Dieckoff; J.J. Herzog; W. Preger; K. Mϋller; E. Comba).
Conclude questo periodo l’opera di J. Döllinger, che è una ricchissima raccolta
di testi sia cattolici, sia ereticali: L'opera è di notevole importanza
soprattutto per la conoscenza dei movimenti del Basso Medioevo.
3. In questo
periodo la produzione storiografica è ambientata geograficamente per lo più in
Italia ed i limiti cronologici sono costituiti dagli anni, che intercorrono tra
la fine del secolo XIX e i primi decenni del secolo XX. Si caratterizza come
momento di riflessione e di sintesi a partire dai dati analitici forniti dagli
studi del periodo precedente. Si affrontano così i movimenti ereticali del
Medioevo nel loro complesso, inquadrandoli nei massimi problemi di vita,
pensiero e spirito, che interessarono quell'età.
Felice Tocco, L'eresia
nel Medioevo, Firenze 1884: riflette ed interpreta le fonti con una
mentalità prevalentemente filosofico-dottrinale. Pregio: il Tocco ci
offre forse il quadro finora più completo del movimento ereticale del Medioevo.
Limite: per la sua
impostazione filosofico dottrinale il Tocco dà del fenomeno ereticale una
interpretazione prevalentemente intellettualistica, che tende a conferire una
coerenza di concezione dottrinale organica e compiuta anche ad atteggiamenti
spirituali originati talvolta più da motivi etici contingenti e da impulsi
extrarazionali, che da riflesse esigenze di pensiero.
Gioacchino Volpe, negli anni tra
il 1907-1912 pubblica una serie di saggi su movimenti religiosi e sette ereticali
nella società medievale. Sono stati raccolti in: Movimenti religiosi e
sette ereticali nella società medievale italiana , Firenze 1922. Alla
base dell'interpretazione offerta dal volpe si trovano due influenze
particolari: il tentativo del Labriola di tracciare la storia del cristianesimo
secondo una prospettiva marxista e una certa interferenza degli storici del
diritto, che determinano un'attenzione particolare al formarsi dei vari
istituti giuridici, mettendo in evidenza i fattori della vita politica e
sociale del Medioevo italiano. Pregio:
sotto questo profilo il Volpe sfugge al rischio di una interpretazione
intellettualistica del fenomeno ereticale, anzi è portato a cogliere gli
aspetti spesso irrazionali e torbidi, gli atteggiamenti prevalentemente
sentimentali ed etici, i presupposti sociali, gli interessi di parte... Certe
sue intuizioni fanno oramai parte del pensiero storiografico. Limite: il Volpe per sua scelta
esplicita non considera l'eresia medievale come espressione di intima vita
religiosa, ma si limita soltanto ai suoi riflessi esteriori. Il risultato è una
riduzione del fenomeno ad astratti schemi a base di lotta di classe e di parte,
che sono del tutto insufficienti a spiegare i diversi atteggiamenti dell'eresia
medievale.
Antonio De Stefano: tra il 1906 e
il 1923 pubblica una serie di studi su Arnaldo da Brescia, sugli Umiliati, sui
Valdesi e su altre sette. Questi studi sono stati raccolti in: Riformatori
ed eretici del Medioevo, Palermo 1938. Pregio:
l'autore ha una buona conoscenza delle fonti e degli studi e si rivela attento
al carattere religioso del fenomeno. Limite:
nel passare alla raccolta in volume unico, si lascia suggestionare dalle tesi del
Volpe e giunge a una conclusione, che contrasta con l'orientamento dei singoli
studi: in essa infatti il De Stefano riduce l'eresia medievale ad un aspetto
particolare di quelle eresia politica che fu il movimento comunale.
4. Questo quarto
momento della produzione storiografica è caratterizzato da un ritorno alle
fonti, determinato anche dalla constatazione della insufficienza delle
interpretazioni sintetiche addotte nel momento precedente. Siamo così agli
studi di Guiraud, Ilarino da Milano, Dondaine, Morghen, Manselli.
Bibliografia
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medievale bulgara, Roma 1979
O. CAPITANI, L’eresia medievale,
Bologna 1971
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Le
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1976
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(=Nuova collana storica), Bologna 1974
ILARINO da MILANO, Le eresie
medievali : Grande antologia filosofica, Milano 1953, 1599-1689
ILARINO da MILANO, Le eresie
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e della riforma gregoriana, 2(1947), 43-89
T.
MANTEUFFEL, Nascita dell’eresia: gli adepti della povertà volontaria nel
medioevo, Firenze 1975
R. MORGHEN, L’eresia nel
Medioevo : Medioevo cristiano (=Universale Laterza 88), Bari 31972,
189 – 249 (ripresa di uno studio del
1944)
C. VIOLANTE, La povertà nelle
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1974, 193-255
C.
VIOLANTE, Eresie nelle città e nel contado in Italia dall’XI al XIII secolo
: Studi sulla cristianità medioevale, Milano 1975, 69-107; 349-379
G. VOLPE, Movimenti religiosi
e sette ereticali nella società medievale italiana (=Nuova Biblioteca
Sansoni), Firenze 51977
Le eresie del secolo XI
Status quaestionis:
Cominciamo da
alcune interpretazioni del fenomeno:
1. abbiamo
un’interpretazione marxista del fenomeno, sostenuta già da Engels, Labriola,
Volpe e recentemente ripresa da Werner e Skaskin. Secondo questi autori le
eresie dei secoli XI e XII sarebbero un fenomeno urbano e borghese: sotto veste
religiosa esprimerebbero la ribellione dei borghesi, mercanti, artigiani delle
città contro il potere cittadino dei vescovi in nome delle libertà comunali. Si
tratterebbe quindi di una lotta socio-politica in forma di contrapposizione
ereticale.
2. Abbiamo
un'interpretazione secondo cui il fenomeno ereticale del Medioevo sarebbe un
ritorno al Vangelo. Questa interpretazione era già stata sostenuta dagli
studiosi protestanti del primo momento di produzione storiografica: ad esempio
la si ritrova nelle Centurie di Magdeburgo. L'intento è chiaramente polemico
nei confronti della Chiesa Romana: contro e al di fuori della corrotta Chiesa
Romana medievale si sarebbero sviluppati movimenti di ritorno al Vangelo, che
anticiperebbero la Riforma di Lutero. Ai giorni nostri questa interpretazione
evangelica è sostenuta, certo non più in polemica antiromana, da Raffaello
Morghen, che tende a leggere le eresie medievali come radicalizzazione
esasperata del movimento religioso di ritorno al Vangelo, movimento che divenne
sempre più vivo nel corso del Basso Medioevo.
3. Infine abbiamo
un'interpretazione secondo cui le eresie medievali sarebbero prodotte da
dottrine estranee all'autentico pensiero cristiano, dottrine importate in Occidente
da esponenti di ambienti ereticali orientali. Nel primo momento della
produzione storiografica questa interpretazione era sostenuta dagli studiosi
cattolici, specialmente dal Baronio. Oggi è ripresa dal Dondaine: questo autore
in un primo momento condivideva la posizione del Morghen, ma poi, dopo la
pubblicazione della lettera di prete Cosma contro i bogomili, si è convinto di
dovere ascrivere l'origine dell'eresia medievale in Occidente all'azione dei
suddetti bogomili. Due parole sui bogomili: il termine deriva da Teofilo Bogomil,
un sacerdote rurale bulgaro o macedone vissuto intorno alla metà del secolo X .
Bogomil professava un certo dualismo, in cui a Dio si contrappone il diavolo,
quale figlio di Dio, fratello di Cristo e principe di questo mondo. Da qui
concludeva alla malvagità del mondo e alle esigenze della fuga, del distacco. Questa
esigenza doveva essere soddisfatta dai teorici, cioè i seguaci più fedeli di Bogomil,
con la rinuncia al matrimonio, con la dedizione al lavoro manuale, con
l'astinenza dalla carne e dal vino, con la preghiera, con i digiuni reiterati,
con il continuo pellegrinare e la predicazione. Si noti che in Bogomil non
siamo di fronte ad un dualismo radicale, metafisico, perché la
contrapposizione tra Dio e Satana è mitigata dal fatto che Satana stesso deriva
da Dio ed è figlio di Dio. Tuttavia non lo si deve ridurre al dualismo ascetico
del Vangelo tra Dio e mammona: va sottolineata la tendenza a interpretare il
discorso della Salvezza non tanto facendo riferimento all'opera redentrice di Cristo,
resa presente dalla predicazione e dai Sacramenti della Chiesa, ma piuttosto
facendo leva sulla vita ascetica dell'uomo. Si tratta quindi di un
dualismo non evangelico, ma razionalistico. Le idee di Bogomil attecchirono in
Bulgaria e da qui passarono a Costantinopoli, quando nel 1018 la Bulgaria fu
conquistata dalle forze imperiali. A Costantinopoli la tendenza bogomilica si
organizzò come una vera e propria setta con una sua gerarchia. Nel secolo
XI all’interno del mondo bogomilico si producessero due tendenze:
- la tendenza del gruppo bulgaro, che si mantenne fedele al dualismo
moderato di Bogomil;
- la tendenza dragovitica (da Dragowitza, centro rurale della Tracia). Questa
tendenza spinse il dualismo a punte radicali, metafisiche: al Dio del cielo si
contrappone il Dio di questo mondo, da qui la svalutazione totale del creato. Devono
avere influito residui di eresie dualistiche, che continuarono a persistere in
Armenia e in Tracia.
Ora secondo Dondaine
dei bogomili della prima tendenza, quella moderata, proprio perché in continuo
movimento di peregrinatio, sarebbero venuti a contatto con l'Occidente, in
parte direttamente, in parte attraverso l'accostamento di mercanti italiani in
Oriente.
Queste
diversità di interpretazione ci spingono evidentemente ad un esame più attento
delle fonti, che ci consenta in qualche modo di superare le
contraddittorietà.
Il fenomeno
attraverso le fonti
Ademaro di Châbannes nel suo “Chronicon”
ci parla di alcuni gruppi ereticali sorti sul territorio di Francia nel secondo
e terzo decennio del Mille. Un primo gruppo è stanziato in Aquitania intorno
all'anno 1018 ed è presentato come manicheo. Si caratterizza per questi
elementi: negazione del Battesimo, non venerazione della Croce, rifiuto dei
cibi provenienti da procreazione, rifiuto del matrimonio.
Un secondo
gruppo è rappresentato da alcuni Chierici di Orléans: siamo verso il 1022,
anche questo gruppo è qualificato come manicheo e si caratterizza per il
rifiuto del Battesimo e della Cresima, per l'astinenza da cibi carnei e per
l'esclusione del matrimonio.
Un terzo gruppo
ha la sua sede nella zona di Tolosa e presenta le stesse caratteristiche dei
due gruppi precedenti.
Queste
annotazioni di Ademaro di Châbannes già ci consentono alcuni rilievi a
proposito delle tre interpretazioni storiografiche. Dal momento che tra gli
eretici ci sono dei chierici ci troviamo di fronte a un dato, che ridimensiona
la tesi secondo cui l’eresia sarebbe un fenomeno borghese anticlericale. Circa
l'interpretazione evangelica per ora possiamo dire che abbiamo segni di un
distacco dalla realtà materiale, che però va oltre il tema della povertà
evangelica: è un distacco, che non è proposito di imitazione del Cristo povero;
è un distacco, che dice opposizione ai riti della Salvezza. Ci pare quindi di
ravvisarvi una ispirazione che non è riconducibile ad una evangelismo letterale
ed esacerbato. A che cosa allora ricondurre questa ispirazione? Il fatto che ci
siano dei chierici tra questi eretici legittima il dubbio che oltre le pratiche
scelte acetiche ci sia anche una particolare visione dottrinale, che le
giustifichi e determini.
Un aiuto ad
individuare il retroterra dottrinale ci è offerto da Rodolfo Glabro nelle “Historiae
sui temporis”: i chierici d'Orleans negherebbero le fondamentali verità
dogmatiche della Chiesa: Incarnazione, Redenzione, Trinità e, conseguentemente,
Sacramenti, santi e culto dei santi. Ciò farebbero in base al principio: “Nos
neque interfuimus neque haec vera esse credere possimus".
Dunque in base
al più elementare principio di critica razionale viene distrutto ogni tentativo
di interpretazione storica del Vangelo, e ciò nella convinzione che non al di
fuori dell'uomo, ma all'interno dell'uomo, grazie al dono dello Spirito Santo e
per imposizione delle mani, si compie la salvezza nella conoscenza allegorica
delle Scritture.
Siamo qui di
fronte non a una dottrina manichea, ma ad uno spiritualismo esasperato, che
rimanda a certi ambienti gnostici. E’ chiaro che solo i “perfecti”, cioè i chierici
in questo caso, potevano seguire queste dottrine; gli altri invece, gli “auditores”,
aderivano al gruppo attratti dalla sua ascetica puritana.
Ora questo
dovrebbe suggerire un principio di metodo nella interpretazione delle fonti:
considerare chi rende la testimonianza: se è uno degli “auditores”
evidentemente l’eresia presenterà connotazioni ascetiche e quindi sarà
riconducibile all'istanza evangelica: gli “auditores” sono solo dei seguaci.
Pertanto il carattere originario e più dottrinale e meno evangelico dell'eresia
sarà da ricercarsi nella testimonianza dei "perfecti ", dei più colti.
Il Morghen ha forse trascurato questo aspetto e pertanto ha dato, con la sua
lettura evangelica, un’interpretazione solo parzialmente vera e comunque
riduttiva del carattere globale delle eresie.
Gli atti del
sinodo di Arras dell'anno 1025 ci presentano un altro
fenomeno ereticale, che si sviluppò in questa terra. Leggiamo questa
testimonianza, che fu resa durante il dibattito: "La legge, la disciplina,
che abbiamo ricevuto dal maestro, non è contraria né ai precetti evangelici né
alle deliberazioni degli Apostoli. Consiste in ciò: lasciare il mondo, frenare
la concupiscenza della carne, procurarsi il vitto con il lavoro delle proprie
mani, non commettere violenza contro nessuno, solidarietà con tutti coloro che
seguono la stessa disciplina... Se si osserva questa giustizia, non c'è bisogno
di nessun Battesimo; se si trasgredisce questa giustizia, il Battesimo non
giova in nessun modo alla Salvezza".
Come si vede, a
queste eresia soggiace una dottrina particolare della giustificazione: la
giustificazione. viene a coincidere con l'osservanza della disciplina
della setta, ad esclusione dei Sacramenti; la giustificazione viene legata ai
meriti dell'uomo e non ai Sacramenti, quale presenza storica dell'opera redentrice
di Cristo.
In questa
prospettiva gli eretici di Arras giungono a negare il valore salvifico del Battesimo
della Chiesa Romana, in quanto impartito da ministri, che non praticano la
disciplina della setta e quindi sono indegni. Nella stessa prospettiva fanno
coincidere il Battesimo con l'atto personale e volontario di adesione alla
disciplina della setta: quindi negano ogni valore al Battesimo dei bambini ed
escludono ogni ragione di presenza dei sacerdoti.
L'atto di
personale e volontaria adesione alla setta è presentato come illuminazione
spirituale concessa dal Padre e dal Figlio Gesù Cristo, che non è Redentore ma
modello di redenzione.
In base alle
notizie desunte dalle fonti possiamo tentare anche qui una valutazione delle
interpretazioni storiografiche. Questi eretici ci sono presentati come
"rustici", cioè gente di campagna, quindi non si tratterebbe di borghesi
cittadini ribelli.
D'altra
parte il termine "rustici" non deve far concludere che, trattandosi
di contadini, siamo in presenza di un movimento senza presupposti dottrinali,
ma solo determinato da esigenze ascetiche. “Rusticus” non è sinonimo di illitteratus,
né di contadino e del resto sappiamo bene che la nobiltà viveva nel contado e
non in città: vedremo questo chiaramente a proposito dell'eresia di Monforte
(d’Alba).
Le fonti poi ci
hanno mostrato come alle scelte ascetiche di distacco soggiaccia una dottrina
della giustificazione, che si configura come determinata da istanze
razionalistiche e spiritualiste, non riconducibili nei “perfecti” a una
semplice esigenza di ritorno alla vita evangelica.
Rodolfo Glabro nelle “Historiae
sui temporis” ci Informa di due presenze ereticali, che hanno interessato la
diocesi di Châlons-sur-Marne.
La prima si
colloca intorno all'anno Mille ed ha come protagonista un "homo
plebeius" di nome Liutardo. Leggiamo il racconto: «Liutardo un giorno si
trovava tutto solo in campagna per compiere un lavoro: improvvisamente fu colto
da un sonno profondo e mentre dormiva uno sciame di api entrò in corpo
"per secreta naturae" e gli uscì dalla bocca. Le api lo pungevano, lo
agitavano, gli parlavano imponendogli di fare "molte cose impossibili agli
uomini ". Finalmente, fuggite le api, se ne tornò a casa e mandò via la
moglie "quasi ex praecepto evangelico ". Poi, recatosi in
chiesa, si mise a distruggere la croce e l'immagine del Signore ed infine si
mise a predicare che "decimas dare... esse superfluo et inane "».
Quest'ultimo
aspetto ci rimanda perplessi alla interpretazione marxista: si noti che siamo
ancora in campagna; si noti che lo stesso rifiuto delle decime non è riconducibile
all'intento della ribellione al clero: il rifiuto infatti è motivato con gli
aggettivi "superfluo et inane", aggettivi che rimandano ad una
dottrina della giustificazione.
La gente tuttavia
aderisce con entusiasmo… Qui si vede come l'eresia, originata da ragioni
dottrinali, poteva diventare anche un modo di esprimere le proprie esigenze
sociali.
La seconda
presenza ereticale sul territorio di Châlons-sur-Marne è degli anni 1042-1048. Comporta
la condanna del matrimonio come realtà abominevole, la proibizione di ogni
forma di violenza anche sugli animali e quindi l'astensione dai cibi carnei. Si
entra nella setta attraverso una imposizione delle mani, compiuta da uno dei
capi, imposizione che conferisce il dono dello Spirito Santo
Anche qui il
rifiuto del corporeo, della realtà materiale, non si riconnette al tema
evangelico della povertà, ma deriva da uno spiritualismo esasperato e da un
modo razionalistico di interpretare la giustificazione.
Landolfo Seniore nella sua “Historia”
ci fa conoscere un gruppo ereticale localizzato a Monforte, nel Piemonte,
intorno agli anni 1020. Tra gli eretici troviamo alcuni nobili e la stessa
contessa del castello. E’ quindi un'eresia del contado. Le pratiche sono
ispirate ad una totale esigenza di "conversio morum", che si esprime
nella povertà individuale, nella comunione dei beni, nella castità assoluta anche
per gli sposati, nel rifiuto di cibi carnei, nei digiuni prolungati, nella preghiera
ininterrotta, nella pratica dell'endura (morte violenta per evitare la
defezione dallo stato di perfezione).
Questa esigenza
ascetica è connessa con uno sfondo dottrinale particolare: si riconosce Dio
creatore “ab aeterno”; il Verbo è inteso allegoricamente come "l'anima
dell'uomo amata da Dio"; lo Spirito Santo è pure interpretato
allegoricamente come "intellectus divinarum scientiarum"; l'Incarnazione
è l'allegoria dell'animo amato da Dio, che trae vita dalla Sacra Scrittura.
Da questa
interpretazione allegorica consegue la negazione del Cristo storico, della Chiesa
e dei Sacramenti.
Anche in questo
caso è molto difficile ricondurre l'ascetismo dei perfecti alla categoria di un
evangelismo sia pure esasperato: ancora una volta abbiamo un'interpretazione
dell'esistenza cristiana dettata da uno spiritualismo razionalistico, di tipo
gnostico.
Osservazioni
conclusive
La
lettura marxista ci sembra incapace di rendere ragione dell'origine e della
natura di queste eresie. La tesi dell'origine borghese, della natura sociale
non trova rispondenza nelle fonti, dove l'iniziativa ereticale appare dovuta ad
altri ambienti sociali, mossi da intendimenti primariamente religiosi.
Con ciò non si
vuole asserire che la lettura marxista è da accantonare come assolutamente
inutile e inservibile. Le si devono riconoscere due meriti:
+
il merito di aver spinto a situare il
fenomeno ereticale nel suo contesto economico sociale, secondo una
condivisibile esigenza di storia globale;
+
il merito di avere indicato un fattore,
che aiuta a capire il fenomeno dello sviluppo, della diffusione dell'eresia. Se
il mondo occidentale, monoliticamente ortodosso, è divenuto così rapidamente terreno
ereticale, lo si deve attribuire anche al carattere alternativo dell'eresia:
come contestazione dello status quo l’eresia trovò simpatie e adesioni in
quegli ambienti, in cui serpeggiava il malcontento sociale.
Mentre per gli
iniziatori fu la ribellione religiosa a condurre sul terreno della
emarginazione sociale, per i tanti aderenti invece fu l'emarginazione sociale a
condurre sul terreno della ribellione religiosa.
L'interpretazione
di Morghen a nostro avviso ha il merito di aiutarci, ancor più della lettura
marxista, a cogliere il fenomeno dello sviluppo dell'eresia. Riconducendoci al
clima di evangelismo, alle esigenze di una religiosità più pura, il Morghen ci
fa intuire come mai parecchi per motivo primariamente religioso abbiano aderito
alle sette ereticali.
Non trovavano
soddisfazione nella prassi che la Chiesa presentava loro: infatti, per una vita
di perfezione la Chiesa rimandava al monachesimo, che però mostrava evidenti
segni di decadenza.
Per di più la
vita cristiana era intesa soprattutto come fatto cultuale, come pratica di riti
esteriori, a cui normalmente non si connetteva né l'impegno etico del ministro,
né l’impegno etico dei fedeli. Alla prassi ecclesiale veniva quindi preferita
la prassi ereticale, improntata a chiaro ascetismo.
Come si vede,
si tratta di un distacco e di una adesione che si collocano sul terreno della prassi.
Le fonti però
ci hanno mostrato che questo discorso vale solo per un gruppo di eretici,
quello degli “auditores”, gente di scarsa o di nessuna cultura e formazione
catechetica, gente assolutamente incapace di collocarsi su un terreno di
eterodossia dottrinale. Dalle fonti però emerge un altro gruppo di eretici con atteggiamenti
teorici più e meno elaborati : il gruppo dei “perfecti”. Abbiamo già detto
perché mai questo aspetto sfugga al Morghen: noi riteniamo che questo aspetto
sia il più utile per cogliere la natura religiosa particolare, che dà origine a
queste eresie. Si tratta di una dottrina, che presenta due temi fondamentali:
+
il tema della salvezza intesa
razionalisticamente come frutto dell'impegno etico dell'uomo;
+
il tema dello spirito affermato come unico
valore in contrapposizione alla materialità, intesa in maniera tendenzialmente
negativa.
Come spiegare
l'origine di questa dottrina?
Il Dondaine vorrebbe
riportarci in ambiente orientale fino alle antiche eresie gnostiche e manichee,
facendoci passare attraverso la mediazione dei bogomili.
Dondaine siccome
non può dedurre dalle fonti storiche una chiara connessione filologica tra
eresie occidentali ed eresia bogomila, presenta la dipendenza dal bogomilismo
come un'ipotesi probabile, fondata su tre elementi:
+
affinità delle forme;
+
priorità storica dell' eresia bogomila;
+
necessità di ipotizzare un'origine comune
per spiegare come mai le varie esperienze ereticali occidentali, benché sviluppatesi
in località diverse e senza connessione diretta, presentano caratteri simili:
tutte alla loro origine avrebbero un bogomilo o un conoscitore del bogomilismo.
A nostro avviso
questa ipotesi bogomila offre un elemento valido per spiegare i contenuti
dottrinali del fenomeno cataro, però rimane poi da spiegare come mai il
catarismo ebbe grande diffusione. A nostro avviso inoltre questa ipotesi bogomila
non può essere utilizzata per spigare tutto il fenomeno ereticale di questo
periodo, che si caratterizza per la presenza di parecchi gruppi fra loro
indipendenti.
A nostro avviso
il rimando al contesto storico occidentale costituisce un fattore notevole per
spiegare questo variegato fenomeno ereticale nella sua complessità e per
spiegare il successo del catarismo.
L'ansia di maggiore
purezza religiosa portava a problematizzare una vita cristiana, che era ridotta
a cultualismo magico: diventava sempre più necessario elaborare una dottrina
della salvezza, che ricuperasse spazio all'impegno
etico dell'uomo.
Talora per
ragioni di polemica con il contesto ecclesiale dominante si giunse a sviluppi
radicali di questa dottrina, esasperando l'impegno etico dell'uomo.
Ancora: l'ansia
di maggiore purezza religiosa portava anche a problematizzare la relazione
spirito-materia, che si era di fatto imposta nell'Alto Medioevo: la Chiesa,
coinvolta nel contesto materialistico Germanico, aveva subito una fatale
mondanizzazione. L'esigenza di recuperare e riaffermare i diritti dello spirito
giunse talora a svilupparsi in forme esasperate e radicali, per reagire
polemicamente all'andazzo dominante. Del resto su questo punto il cristianesimo
medievale ereditava dal cristianesimo patristico una posizione, che aveva
costruito tra spirito-materia un equilibrio piuttosto precario.
Era poi
abbastanza scontato che l’accentuazione dell'impegno etico dell'uomo, entrando
in un orizzonte di spiritualismo esasperato, sviluppasse quelle forme concrete,
che ci consentono di scorgere affinità sia col fenomeno bogomilo sia coi
fenomeni dualisti del cristianesimo antico.
Dunque questo
contesto critico, che stava vivendo l’Occidente in quel momento, divenne brodo
di coltura propizio anche per le suggestioni bogomiliche del catarismo.
(Se è aprioristico escludere che questa lotta ereticale sia lotta di una
determinata classe solo per il fatto che vi prendono parte esponenti di
un'altra classe, è altrettanto aprioristico affermare che ogni forma di lotta
sia sempre e soltanto lotta di classe. Che Marx, Engels, nonostante la loro
provenienza, abbiano costituito l'avanguardia della lotta della classe proletaria,
lo si deriva non da teorie generali della storia, ma dalla considerazione della
loro opera in quel contesto storico ben preciso, quello industriale.
L'ordine mitico-sacrale dell'Alto Medioevo non consente l'assunzione della
tesi secondo cui l'economia è struttura fondante e la religione è sua
infrastruttura, semmai consente il discorso contrario: la religione è la
struttura fondamentale e l’economia è sua infrastruttura. E’ dal discorso
religioso, chiave di lettura di tutto il reale secondo un ordine mitico
sacrale, che vengono condizionate le tematiche economiche sociali. Come per la
laicità dello Stato, così per l'autonomia dell'economia il cammino è stato
quello della desacralizzazione: l'attestarsi del religioso nello spirituale (promosso
per esempio dalla riforma Gregoriana) ha aperto la strada per la
secolarizzazione).
Le eresie nel secolo XII
Il contesto in
cui si sono sviluppati i movimenti ereticali del secolo XII sono gli stessi in
cui si sono sviluppate le riforme in campo monastico, in campo canonicale e nel
mondo dei laici.
Al tempo, in
cui fu papa Gregorio VII, tutto si catalizzò intorno alla lotta delle
investiture, che vi vide profondamente coinvolti i due vertici della christianitas.
Con il pontificato
di Urbano II si imposero toni più moderati e quindi si attenuò la tensione. Questa
nuova situazione favorì sia nei vescovi sia nella base della christianitas il
diffondersi dell’orientamento spirituale, che comandava la riforma Gregoriana:
dalla lotta aspra si passò all'approfondimento della religiosità.
In questo
contesto si operò una rilettura più attenta del Vangelo e delle lettere
apostoliche, che portò a mettere di nuovo in auge due elementi, che prima erano
stati un po' marginalizzati: l'apostolato e la povertà.
I predicatori
itineranti espressero con grande rilievo questo orientamento sia nella loro
vita sia nella loro azione. Tra questi
predicatori itineranti si distinsero figure, che esercitarono un notevole influsso sulle masse popolari: si
pensi all'influsso di Pierre l'Ermite nella predicazione della crociata.
L’azione di questi
predicatori itineranti si svolse in maniera avulsa da ogni vincolo giuridico e
quindi intorno a loro si sviluppò una notevole polemica da parte dei vescovi.
Questa polemica ebbe spesso come contraccolpo l'assunzione da parte di questi
predicatori di un atteggiamento antigerarchico.
Per comprendere
la deriva ereticale di questi predicatori itineranti bisogna rifarsi anche alla
loro scarsa formazione teologica.
Nel XII secolo
distinguiamo tra la prima parte del secolo e la seconda parte.
Prima parte del XII secolo
Si trattò di
fenomeni, che non avevano tra loro nessuna connessione; si trattò di fenomeni,
che ebbero una durata breve e si trattò di fenomeni legati alla persona del
predicatore.
Presentiamo alcuni
esempi significativi di questi fenomeni:
Pierre de Bruis: operò dal
1105 circa al 1126 circa nel sud della Francia (Delfinato, Provenza, Linguadoca,
Guascogna). sostenendo tesi molto radicali. Da prete espulso dalla sua
comunità, attaccò l'aspetto istituzionale della Chiesa. In forme anche violente
predicò contro i sacerdoti e monaci, operò contro gli edifici sacri, le croci,
le immagini sacre. Rifiutava il Battesimo dei bambini e perciò faceva
ribattezzare gli adulti; rifiutava l'Eucaristia, il culto dei santi e la
pratica del suffragio per i defunti. Poneva l'accento sul valore assoluto della
giustizia personale e quindi negava la validità dei sacramenti amministrati da
sacerdoti indegni. Finì bruciato.
Tanchelmo: fu un laico, che svolse la sua opera in
Olanda e in Belgio, soprattutto a Utrecht e Anversa. Nel 1112, scandalizzato
dal comportamento di un prete, che viveva in concubinato con una sua nipote,
iniziò un'attività di predicazione incentrata sulla santità della vita. Fondò
una sua chiesa, qualificandosi come inviato da Dio alla stessa maniera di
Cristo e come sposo di Maria. Ebbe un seguito notevole, che raggiunse il numero
di 3000 persone. Nel 1115 fu ucciso da
un sacerdote. Tanchelmo negava ogni potere carismatico al clero, perché era corrotto;
quindi niente sacramenti, soprattutto niente Eucaristia; quindi opposizione ai
templi, ai riti, alle decime. Capeggiò anche delle rivolte armate.
Enrico, detto senza ragioni precise di Losanna: era un ex benedettino cluniacense.
I limiti cronologici della sua azione si collocano tra il 1116 circa e il
1145.
Fu un
predicatore itinerante di riforma, quasi subito venne a conoscenza di Pierre de
Bruis, che lo convinse a rompere con la Chiesa istituzionale. Dopo il 1145 non
abbiamo più notizie di lui. Operò nel sud della Francia. A partire dal
principio: "Obediendum est enim magis Deo quam hominibus" (At 5,29), sciolse
ogni legame con la Chiesa istituzionale e si mise ad agire da inviato di colui
che disse: "Ite, docete omnes gentes”. Rifiutava il battesimo dei bambini,
fondandosi su un passo del vangelo di Marco: "Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non
crediderit, condemnabitur" (Mc 16,16).
Sosteneva che
il Battesimo è adesione alla fede ma non cancellazione del peccato originale,
che avrebbe riguardato soltanto Adamo ed Eva, in quanto ne erano personalmente
responsabili.
Negava il
potere del clero in ordine all'Eucaristia, alla Penitenza e al Matrimonio per
via della indegnità del clero stesso. Pure lui negava valore al suffragio
per i defunti, perché chi muore è subito salvo o dannato. In nome della povertà
si scagliava contro gli edifici sacri e contro la pompa delle celebrazioni
liturgiche.
Enrico della Stella: operò negli
anni che intercorrono tra il 1145 e il 1150 ed esercitò la sua azione nella
Francia occidentale (Bretagna e Guascogna). Si riteneva figlio di Dio e
giudice del mondo. Costituì una sua propria chiesa, dove si praticava il
comunismo dei beni e si lottava contro la proprietà ecclesiastica e monastica.
Fu giudicato al concilio di Reims (1148), che lo ritenne pazzo e lo fece
incarcerare.
Arnaldo da Brescia: fu discepolo
di Abelardo a Parigi intorno al 1115; nel 1119 si stabilì a Brescia, dove divenne
sacerdote e canonico regolare. Nel 1138 capeggiò una ribellione a Brescia e
negli anni successivi trasferì la sua azione in Francia, in Svizzera, in
Boemia. Dal 1147 capeggiò il movimento democratico del Municipio Romano; nel
1155 venne catturato e consegnato da Adriano IV al braccio secolare, che lo
decapitò, ne fece bruciare il cadavere e disperdere le ceneri nel Tevere.
Punto di
partenza della dottrina di Arnaldo era una radicale esigenza di riforma, intesa
come ritorno alla vita degli Apostoli in povertà e dedizione alle cose
spirituali. Da qui concluse alla negazione del potere temporale del papato, al
rifiuto della Donazione di Costantino, che riteneva un falso, alla negazione
della proprietà del clero (sosteneva che i beni della terra sono proprietà dei
principi di questo mondo). Alla base della ribellione promossa da Arnaldo
troviamo un evangelismo radicale, più o meno compromesso da carenza culturale e
da eccessi emotivi.
Ci pare prima
di tutto di dovere rilevare che la manifestazione di eterodossia di Arnaldo
consiste nella sua decisione di vivere l’istanza evangelico-apostolica al di
fuori e contro l'ordinamento tradizionale della Chiesa, che, al di là della santità
del predicatore, esige l'ordinazione e la missio canonica.
La svalutazione
della Chiesa istituzionale era dettata dal suo evangelismo radicale, che lo
portava a sostenere che solo il Vangelo è vera norma di vita cristiana. Da ciò
derivava la sua opposizione agli ordines della Chiesa istituzionale: la vita
spirituale veniva fatta consistere unicamente nella pratica della perfezione
evangelica, prescindendo da ogni riferimento alla gerarchia, come sacramento
della Chiesa istituzione, che dona la salvezza. Comincia ad apparire il tema
della Chiesa come congregatio fidelium, come somma dei credenti; si comincia quindi
a trascurare o addirittura a contrastare il tema della Chiesa come Sacramento
istituito da Cristo: quindi l'orizzontalità prevale sulla verticalità.
Seconda parte del secolo XII
A differenza
delle eresie, che si svilupparono in maniera sconnessa nella prima parte del
secolo XII, nella seconda parte del secolo XII si svilupparono eresie molto
organizzate.
In questa
seconda parte del secolo XII fecero ingresso all'interno del movimento
ereticale idee dualistiche e ciò determinò un fenomeno di distinzione e
contrapposizione:
·
da una parte abbiamo coloro che aderirono
al dualismo (i Catari);
·
dall'altra abbiamo coloro che rifiutarono
il dualismo e continuarono a perseguire gli ideali pauperistico-apostolici (ad
esempio i Valdesi).
I Catari
A - sviluppo
L'origine del
fenomeno cataro è da collocarsi in Oriente, nel bogomilismo, con le sue due
tendenze: quella moderata di Bulgaria e quella radicale del gruppo dragovitico.
Il bogomilismo,
neutralizzato in Occidente nella seconda metà del secolo XI, tornò a farsi vivo
nella prima metà del XII secolo, sfruttando il clima suscitato dal movimento di
riforma e di rinnovamento, clima che aveva determinato un pullulare di
molteplici esperienze. In questo momento iniziale si trattò del bogomilismo
moderato, che dette avvio a un tipo di eresia, che si diversificava da quella
pauperistico-apostolica. Inizialmente questa eresia non ebbe un nome
particolare, ma a partire dal 1163 venne qualificata come catara.
La prima
manifestazione si ebbe nel 1143 a Colonia: determinati contrasti segnalarono l’esistenza
e l’azione di una setta , che si qualificava come setta dei “pauperes Christi”.
I suoi aderenti
praticavano vita apostolica, povertà, peregrinatio, lavoro manuale, preghiera,
astensione dal latte e dai latticini, astensione dalla carne, perché sono cibi
connessi con il processo procreativo.
Si ritenevano
la vera Chiesa e si articolavano in due classi: I “perfecti”, che venivano
battezzati non con l'acqua, ma con lo Spirito per imposizione delle mani:
recitavano quotidianamente il Pater noster prima del rito della fractio panis,
che non aveva valore sacramentale. Oltre ai perfecti c'era il gruppo dei
credentes, che aderivano senza contrarre obblighi particolari.
Queste pratiche
attecchirono nella Francia settentrionale e nel decennio 1150-1160 anche in
Italia settentrionale (in Lombardia a Concorezzo e in Toscana).
Un fatto nuovo
si verificò nel sud della Francia intorno al 1167: un vescovo cataro di nome Niketas
e un suo discepolo italiano di nome Marco introdussero le idee radicali del
dualismo dragovitico e conferirono al catarismo una salda organizzazione,
dividendo il territorio in distretti capeggiati da un vescovo.
A questo punto
il catarismo non fu più solo un movimento di riforma, ma divenne un movimento
extra-ecclesiale, una chiesa a sé stante, con proprie strutture da affermare e
difendere.
Evidentemente
questa evoluzione dottrinale non fu colta dalla massa dei credentes e pertanto
anche qui per una valutazione globale del fenomeno cataro non bisognerà
limitarsi alle sole testimonianze rese dai credentes ma anche si dovrà risalire
a quelle dei perfecti.
B - La dottrina
catara
Occorre
distinguere dunque la tendenza moderata da quella radicale.
Vediamo dapprima
la tendenza moderata:
+
circa Dio: professava l'esistenza di un
unico Dio buono;
+
circa il mondo: lo si riteneva
cattivo, in quanto opera degli angeli ribelli, quindi demoniaco;
+
circa l'uomo: lo si considerava un'anima
decaduta ed imprigionata nel corpo per opera del demonio;
+
circa Cristo e la sua opera: Cristo era
ritenuto figlio di Dio, solo apparentemente uomo in quanto non era possibile
attribuirgli la malvagità del corpo; la sua opera non era una redenzione, ma
solo una predicazione, che, suscitando il ricordo dell'origine celeste,
spingeva gli uomini a fuggire la materialità.
La tendenza radicale:
+
circa Dio: professava un netto dualismo:
al Dio dello Spirito contrapponeva il dio della materia, che è un dio malvagio;
+
circa il mondo: era ritenuto cattivo, perché
opera del dio malvagio;
+
circa l'uomo: l'umanità era divisa in due
gruppi: quello degli uomini che sono costituiti da un'anima creata dal Dio
buono e poi decaduta nella materia e quello degli uomini, che sono costituiti
da un'anima creata dal matrimonio tra Satana ed Eva: questi uomini sono
radicalmente cattivi e perciò esclusi dalla possibilità di salvezza. Questa
divisione gettava i Catari in una situazione di angoscia perenne: su ogni
cataro gravava l'interrogativo circa il proprio gruppo di appartenenza;
+
circa Cristo: come i moderati professavano
un docetismo e negavano l'opera redentrice.
C – I riflessi
etici:
La negazione di
ciò che è materiale e la fuga dal mondo si esprimevano:
+
nel rifiuto del matrimonio: fare uomini è
produrre realtà cattive; i perfecti dovevano vivere perciò in maniera verginale
e non dovevano toccare realtà, che provenissero dalla procreazione;
+
nel rifiuto della Chiesa istituzionale con
il suo clero, con i suoi sacramenti: non si dà realtà esterna, che sia fonte di
salvezza. Tuttavia i catari avevano dei gesti religiosi: il consolamentum,
rito dell'imposizione delle mani, che non era inteso come gesto che comunicava
la salvezza, ma come segno dell'adesione interiore alla setta; la fractio panis,
che non era una celebrazione eucaristica e non vi annettevano quindi un valore
sacramentale. Dal momento che Cristo non ha mai avuto un corpo, non aveva senso
parlare di una presenza del Corpo di Cristo nel pane; del resto se non si
ammetteva per la negatività della materia che Cristo potesse essere presente in
un corpo umano, tanto più non si poteva ammettere una sua presenza nel pane.
Altro gesto cataro: l’endura, cioè la morte violenta;
+
nel rifiuto di ogni potere temporale, di
ogni forma di guerra, del giuramento.
Come si vede,
il catarismo sotto questo profilo etico costituiva un grave pericolo per la
società medievale.
D - L'organizzazione:
Abbiamo già
accennato alla distinzione perfecti-credentes.
Si diventava
perfecti con il rito dell'imposizione delle mani, che impegnava alla vita
austera di rinuncia al matrimonio e ai cibi provenienti da procreazione. Il
rito delle imposizioni delle mani originariamente veniva celebrato una sola
volta. Quando però si moltiplicarono i casi di perfecti, che avevano
trasgredito alla vita catara, si incominciò a ripetere l'imposizione delle
mani.
Il credente
invece si legava al catarismo con un patto detto "convenientia":
questo patto lo impegnava a recare aiuto ai perfecti e a partecipare ai riti
della setta. Per il resto il credente era svincolato da ogni obbligazione
morale, il che facilitava una condotta lassista.
In extremis, o in
occasione di una malattia grave, il credente riceveva il consolamentum, cui
spesso faceva seguito la pratica dell'endura, per evitare che un eventuale
guarigione gli imponesse un dovere per lui impraticabile, il dovere cioè di
praticare la stessa vita dei perfecti.
I catari erano
divisi in distretti con a capo un vescovo, che aveva il diritto di visita ed
era coadiuvato da un figlio maggiore e da un figlio minore.
E - Perché il catarismo ebbe un
notevole successo?
+
Perché presentava una dottrina della
salvezza più semplice e più razionale di quella cristiana.
+
Perché la massa dei credentes non
contraeva in pratica nessun impegno.
+
Perché la soluzione della fuga dal mondo
era meno difficile di quella cristiana, che voleva la cristianizzazione del
mondo.
+
Perché il catarismo non poteva durare nel
mondo medievale: non solo a causa della lotta sfrenata da parte della Chiesa,
che giunse alle crociate, all'inquisizione e impegnò gli ordini mendicanti
nella predicazione. Ma anche per l'opposizione dell'autorità statale, che
vedeva nella dottrina catara un minaccioso elemento, che avrebbe portato alla
dissoluzione della società medievale.
+
Perché all'interno del catarismo stesso, a
lungo andare, si sviluppò una deleteria insoddisfazione, ingenerata
dall'insicurezza circa l'appartenenza al gruppo dei salvati.
I Valdesi
Il nome deriva
dal fondatore, il commerciante lionese Valdés (a partire dal secolo XV gli fu
attribuito il nome di Pietro).
Gli inizi
Intorno al 1175
Valdés fu colpito da due fatti: la conoscenza di una canzone di Sant'Alessio,
che ne esaltava la vita povera, condotta in elemosina e predicazione e una
traduzione in provenzale del Nuovo Testamento e di alcuni libri del Vecchio
Testamento.
In seguito a
ciò Valdés maturò un forte disgusto per la corruzione della Chiesa del suo
tempo e quindi una duplice esigenza: l’esigenza di vivere letteralmente il Vangelo in povertà e
l’esigenza di dedicarsi all’attività di predicazione.
Intorno a lui
si formò un gruppo, che prese il nome di “Poveri di Lione”.
Come si vede,
all'origine il valdismo non presentava caratteri ereticali, ma si manteneva perfettamente
nell'alveo della ortodossia: non per nulla Valdés con i suoi primi seguaci fu
un tenace oppositore delle tendenze dualistiche.
D'altra parte
va rilevato che il valdismo fin dall'origine presentava i due elementi, che avrebbero
generato in seguito la posizione eterodossa: la volontà di predicazione laicale
e l'opposizione alla Chiesa.
Prime difficoltà
Nel 1179 due valdesi,
uno dei quali forse era lo stesso Valdés, si presentarono al concilio
Lateranense III per ottenere l'autorizzazione. I vescovi
nell'interrogatorio ebbero facile gioco nel fare emergere la scarsa cultura dei
due. Alessandro III però assunse una soluzione di compromesso: da un lato approvò
lo stile di vita dei Valdesi e consentì loro di predicare la morale (non la
fede) e dall’altro stabilì che per fare questo avrebbero dovuto disporre del consenso
degli Ordinari delle varie località, in cui avrebbero svolto la loro
azione.
Le conseguenze
Di fatto i
Valdesi, che rilevavano con sempre maggiore acutezza la corruzione del clero, mal
sopportavano di trovarsi condannati ad impotenza, dal momento che gli Ordinari
non concedevano loro la missio canonica.
Ciò li spinse a
infrangere il dovere della missio canonica, appellandosi al principio che si
deve ubbidire a Dio più che agli uomini.
Si badi di bene
che a questo punto il valdismo non era ancora eterodosso: la professione di
fede prestata al concilio di Lione del 1080 mostrava chiaramente che i valdesi
rifiutavano le tendenze catare e riconoscevano l'autorità gerarchica. La
divergenza pertanto era a livello disciplinare sul tema della predicazione dei
laici: siamo dunque non in posizione ereticale, ma scismatica.
L'eresia
Nel 1184 Papa
Lucio III al concilio di Verona pronunciò una esplicita condanna del valdismo:
anche questo fatto portò la ribellione valdese ad inasprirsi e ad aprirsi a tendenze ereticali.
Cominciarono a
sostenere che la validità dei Sacramenti va legata non tanto al fatto giuridico
della Ordinazione, ma piuttosto al fatto morale della santità del ministro e
pertanto anche i laici degni, in caso di necessità (e quello era tempo di
necessità, data la corruzione del clero), possono amministrare il Battesimo,
l'Eucaristia, la Confermazione, la Penitenza.
Accolsero poi idee,
che nella prima metà del secolo XII erano state sostenute da eretici come gli
enriciani: rifiuto del suffragio per i defunti, rifiuto del culto delle
reliquie, rifiuto del giuramento e della guerra.
Lo sviluppo
Il valdismo si
sviluppò fondamentalmente in due gruppi diversi:
-
la corrente dei Poveri Lombardi, che
divenne autonoma nel 1205 e svolse una più decisa avversione ai poteri giurisdizionali
e ministeriali della gerarchia ecclesiastica e del sacerdozio cattolico: ebbe ramificazione
in Germania, Polonia, l'Ungheria;
-
la corrente francese, più moderata e più
lenta nell'allontanarsi dalla ortodossia dottrinale e sacramentale.
Gli
umiliati
Mentre nel
valdismo il laico abbandonava la sua professione e le sue proprietà per
dedicarsi alla predicazione, nel movimento degli umiliati i laici rimanevano
inseriti nel mondo della loro professione, portandovi lo spirito evangelico e
vivendoci da umiliati per Dio.
Gli umiliati
sorsero con l'intento di combattere i movimenti ereticali mediante una vita
condotta secondo il Vangelo, in base al principio: “Vivere come gli eretici, ma
insegnare come la chiesa”. Fu qui dunque che per la prima volta comparve questa
intuizione.
Gli umiliati
perciò vestivano panno grezzo, non abbandonavano i loro vincoli sociali e
familiari, ma si organizzavano in associazione religiosa con il dovere della
reciproca assistenza fraterna, dell'astensione della menzogna, dai giuramenti,
dalle liti nei tribunali. Costruivano
case proprie di convegno, lavoro, preghiera.
Dovettero
scontrarsi con la tendenza delle autorità ecclesiastiche a inquadrare le nuove forme
religiose nelle istituzioni tradizionali, questa tendenza pertanto vietava ai
laici la predicazione e la formazione di associazioni non canoniche: e infatti papa
Lucio III nel 1184 condannò anche gli umiliati. Alcuni si mantennero in una
opposizione solo disciplinare, altri invece passarono a posizioni ereticali,
confluendo nel gruppo dei Poveri Lombardi.
Gli
speronisti
Iniziatore fu il
giurista della scuola di Bologna Ugo Speroni, che fra il 1177-1185 divenne
eresiarca: avrà seguaci fino alla metà del Duecento.
La sua eresia
si caratterizzava per due tendenze: predestinazionismo e conseguente
spiritualismo.
Il predestinazionismo: si è santi
per giustizia dovuta alla predestinazione divina, anche se esteriormente si
appare come dei malvagi. Da ciò consegue uno spiritualismo.
Lo spiritualismo: la salvezza
non può venire dalla Chiesa istituzione, dai suoi Sacramenti, dalle opere
buone, dalle pratiche ascetiche. Queste sono esteriorità inutili. La salvezza è
interiore e consiste nella predestinazione divina, che suscita nel peccatore
predestinato, l'adesione all'amore di Dio.
A questo punto vale
la pena di notare la genialità di san Francesco rispetto a questi fenomeni ereticali.
Il carisma apostolico-pauperistico da san Francesco veniva interpretato in
stretta relazione con i carismi dell'unità e della carità ecclesiale e pertanto
non veniva interpretato in contrapposizione
all'istituzione ecclesiale, anche se questa costringeva a strettoie,
ridimensionamenti, mortificazioni.
Ma questo
pullulare di eresie ci rende più comprensivi nei confronti dell'intransigenza
della istituzione ecclesiastica.
San Francesco
poi manifestò una totale estraneità al dualismo: il suo distacco dalle cose e
la sua ricerca della povertà si connettevano con una ammirazione del creato,
che trovò altissima espressione nel “Cantico delle creature”, dove il creato
appare inteso come opera di Dio e quindi componente della grande famiglia delle
realtà, che vengono da Dio creatore e che sono perciò frate e sora.
Le eresie del
XIII secolo
Vogliamo
prestare attenzione soprattutto al movimento femminile.
Nei paesi del
nord Europa, a differenza di quanto avvenne nei paesi meridionali, furono
soprattutto le donne ad essere conquistate dalle nuove idee religiose.
Durante il XII
secolo le donne vennero inserite in gran parte nei quadri degli ordini
religiosi: ad esempio Fontevrault e premonstratensi.
Ma a partire
dalla metà del XII secolo i premonstratensi si separarono dai gruppi femminili,
proprio mentre questi andavano assumendo proporzioni sempre più rilevanti. Per
un momento questi gruppi femminili passarono nell’ambito cistercense, ma poi
anche costoro presero le distanze dal movimento femminile.
Ciò comportò
una duplice conseguenza: da una parte diversi gruppi femminili, non tutti,
divennero facile terreno di idee ereticali, dall'altro tutto il movimento
femminile divenne sospetto di eresia, data la mentalità del tempo secondo la
quale le forme religiose non monastiche erano per ciò stesso sospettate di falsa
religiosità.
In questo
contesto, i gruppi femminili, che vivevano in povertà, castità e vita comune,
furono qualificati con il termine di "beghine ", termine di cui non
conosciamo il significato, ma che aveva un carattere ereticale: era usato per
esempio in relazione ai catari della Francia meridionale.
Nel 1216
Giacomo di Vitry, venuto a Roma per farsi consacrare vescovo di San Giovanni
d’Acri, ottenne da papa Onorio III il consenso orale per le donne di Francia
settentrionale, Germania e Belgio, quindi veniva consentito loro di vivere
insieme, senza aderire a un ordine esistente e senza adottare una regola
monastica già approvata.
In seguito a
ciò a partire dal 1223 il termine beghine non fu più sinonimo di eretiche, ma
di donne pie.
Con il
diffondersi degli ordini mendicanti, la Curia romana riprese la volontà di
inquadrare i movimenti femminili all'interno degli ordini canonicamente
approvati. La Curia però non trovò collaborazione negli ordini mendicanti, che
fecero di tutto per scoraggiare l'incorporazione di comunità femminili. Risultato
fu che parecchie comunità di beghine rimasero al di fuori di questo
inquadramento, assumendo un carattere ibrido: non appartenevano alla condizione
monastica, dato che non si trattava di ordine approvato, non facevano però
nemmeno parte dei saeculares, perché abbandonavano il saeculum, giurando di
vivere castamente e di condividere una vita religiosa in comunità.
Questa
posizione ibrida fu fatale al beghinismo: lo rese realtà sospetta e aperta a degenerazioni
ereticali. Infatti a partire dalla metà del secolo XIII troviamo nelle fonti queste
accuse: abuso di abito e di vita monastica, non essendo le beghine un ordine
monastico; abuso di elemosina, perché essendo saeculares, le beghine avrebbero
dovuto lavorare e vivere del proprio lavoro; temerarietà perniciosa, perché il
voto di castità emesso da delle giovani al di fuori di una regola monastica era
considerato una imprudenza; illiceità della loro relazione spirituale coi
mendicanti, perché essendo saeculares le beghine non dovevano sottrarsi al
clero secolare ; contatti frequenti con correnti ereticali.
L'autorità
gerarchica iniziò un'azione aspra contro le beghine, incorrendo nell’errore di non
distinguere tra i vari gruppi, quasi che il beghinismo fosse un movimento
unitario. E così gli eccessi di alcuni gruppi coinvolsero anche le comunità
beghine esemplari nella condanna sanzionata dal Concilio di Vienne (1311 1312).
I begardi
Nella seconda
metà del XIII secolo, soprattutto in Belgio, si formarono comunità maschili,
che si ispiravano al beghinismo, il termine con cui vennero qualificati questi
uomini fu quello di “begardi”. Furono coinvolti nella crisi del beghinismo,
benché mai raggiunsero il radicalismo delle comunità femminili. Queste
difficoltà indussero parecchie comunità di begardi a confluire nelle file dei
terziari francescani.
La Chiesa di
fronte all'eresia
La Chiesa
quando si trovò a contrastare l'eresia, dovette affrontare due difficoltà:
1.
l’eresia era un fenomeno nuovo e pertanto
alla Chiesa mancavano norme precise, mancava una prassi già definita;
2. l'eresia del
XII secolo in gran parte era difficilmente afferrabile: mancava un fondatore
preciso, mancava un organizzazione stabile ed unitaria, mancava una dottrina,
che rivelasse un carattere intrinsecamente ereticale, se si esclude il fenomeno
cataro.
Ciò conferì
all'azione della chiesa incertezza e lentezza. Si deve dunque dire che per
tutto il XII secolo la gerarchia ecclesiastica mantenne nei confronti
dell'eresia un atteggiamento estrinseco, formale: non cercò di individuare le
cause e le istanze religiose per instaurare un colloquio salutare con i
movimenti, con cui era possibile aprire un confronto, dal momento che gran
parte di essi non erano ancora radicalmente ereticali. La gerarchia invece si limitò
ad esigere il rispetto delle norme e delle prescrizioni canoniche. Lo stesso San
Bernardo fu più facile all'insulto che all'approfondimento del fenomeno.
Il primo sforzo
della gerarchia fu di eliminare le ordalie, i linciaggi popolari, per estendere
la prova mediante testimoni. Toccò ad Alessandro III orientare in questo senso
la procedura canonica: su indicazione del papa infatti il concilio di Tours nel
1163 introdusse il processo inquisitorio (cioè l'autorità giudiziaria non doveva
procedere in seguito ad un una accusa ad un processo accusatorio, ma ex officio
procedeva ad un'inchiesta, ad una inquisitio). Si noti quindi che
l'inquisizione nacque come tutela dell’eretico contro le degenerazioni
magiche.
Lucio III al
concilio di Verona del 1184 precisò ulteriormente la procedura con la decretale
"Ad abolendam ":
·
fissò una lista delle principali forme ereticali
(catari, patarini, umiliati, valdesi e altri) e ne presentò i caratteri
essenziali: predicazione non autorizzata, opposizione alla dottrina
sacramentaria cattolica, altri aspetti che potevano essere segnalati di volta
in volta dalla competente autorità ecclesiastica;
·
estese il processo inquisitorio
all'autorità del vescovo;
·
fissò le pene: i chierici e i monaci
sarebbero stati privati dei loro privilegi, uffici e benefici e sarebbero stati
abbandonati al braccio secolare; i laici, qualora non avessero potuto provare
l'innocenza davanti al vescovo, sarebbero stati demandati alla giustizia laica.
Ad Alessandro
III risale pure il secondo modo di procedere contro l'eresia: la crociata.
Infatti nel concilio Lateranense III del 1179 al canone 27 si indisse una
crociata contro le bande di eretici, che infestavano il sud della
Francia.
Quanto alle
pene, si deve dire che furono lasciate dall'autorità ecclesiastica all'autorità
secolare: questa fino alla fine del secolo XII si limitò all'esilio e alla
confisca dei beni. Timidamente alcuni sovrani introdussero la pena del rogo (Pietro
D'Aragona nel 1197, Luigi VIII all'inizio del secolo XIII in Linguadoca,
Federico II nel 1224) in base al fatto che l'eresia veniva equiparata al
delitto di lesa maestà.
Innocenzo III
segnò una svolta: non si limitò a continuare la politica di contrasto
attraverso l'inquisizione e la crociata, ma sentì pure l'urgenza di venire a un
contatto intimo con i movimenti religiosi: appoggiò i movimenti ortodossi di
vita pauperistico-apostolica e recuperò gruppi dell'area ereticale(gruppi di
umiliati e valdesi).