30 novembre 2024

 

IL LAICATO DOPO LA RIFORMA GREGORIANA

 Non c'è dubbio che la riforma Gregoriana fu promossa in prima linea dal papato, sostenuto dagli strati monastici più sensibili. Tuttavia il laicato non vi fu totalmente estraneo: a mo’ di esempio si ricordi il movimento della Pataria milanese in lotta contro il clero simoniaco e nicolaita. 

Certamente la riforma Gregoriana ebbe come suo intento precipuo la riforma del clero, la sua liberazione dalla simonia e dal nicolaismo. D'altra parte non vi è dubbio che la riforma del clero non si ridusse ad un'azione di moralizzazione di questa categoria particolare, ma si spinse fino a determinare una mutazione istituzionale, che coinvolse tutta la società occidentale, laicato compreso.

Di per sé il motto "libertas Ecclesiae" farebbe supporre un qualcosa, che va ben oltre la liberazione del clero e delle funzioni sacerdotali dalle ingerenze laicali, ma in realtà bisogna tenere presente la particolare concezione gregoriana della Chiesa, che promosse il recupero della spiritualità-soprannaturalità della Chiesa in funzione antilaicale. La Chiesa era vista come realtà spirituale, retta da una potestas spiritualis, che era sinonimo di “sacerdozio", in quanto fondata sul potere di Ordine, che va solo dall’alto verso il basso, ed è esercitato nella sua forma suprema e fontale dal papa. 

in questa prospettiva il laicato venne escluso da ogni forma di partecipazione attiva nella gestione del potere ecclesiale e nelle cose spirituali. Classico esempio di ciò fu il decreto sulle elezioni papale del 1059: esso stabiliva l'elezione papale in tre momenti:

      I.         i cardinali vescovi dovevano designare le letto,

    II.         gli altri cardinali dovevano accedere alla designazione fatta dai cardinali vescovi,

  III.         il clero e il popolo romano dovevano acclamare l'eletto. 

Il decreto prevedeva inoltre che, in caso di pericolo, l’elezione fosse compiuta fuori Roma dai cardinali vescovi, coadiuvati per la formalità della proclamazione da alcuni chierici e laici: l’eletto avrebbe posseduto piena autorità già prima di essere intronizzato in Roma.

Come si vede l'elezione del papa si compiva nella sola sfera del potere gerarchico ordinato, svincolandosi da ogni riferimento ai cittadini romani. Durante la sede vacante l’auctoritas apostolica non sta più nella intera chiesa romana, ma nei soli cardinali vescovi.

Analogo fenomeno si ebbe per le elezioni episcopali: dalla primitiva elezione con partecipazione del popolo si giunse alla elezione riservata al solo capitolo. 

Anche in relazione ai concili si modificò il ruolo dei laici. I concili medievali furono concili papali e pertanto si escluse assolutamente la possibilità che fosse un laico a convocarli e a presiederli. I laici partecipano ai concili, ma a che titolo? Il concilio medievale, quando decideva su cose spirituali evidentemente autorizzava la partecipazione dei soli latori di auctoritas spiritualis. Sotto questo profilo il ruolo dei laici fu ben definito dal canone 44° del Concilio Lateranense IV, secondo cui nella Chiesa i laici hanno il dovere di ubbidire e non di comandare.

Ma il Concilio medievale decideva anche su cose, che coinvolgevano la sfera temporale (crociate, lotta contro gli eretici...): solo per questo aspetto i laici, in quanto latori di potestas in temporalibus, erano autorizzati a prendervi parte.

Come si vede la riforma Gregoriana radicalizzò la distinzione tra clero e laicato, assegnando a ciascuno dei due stati un ambito ben preciso: quello spirituale per i chierici, che si occupano di cose spirituali, quello carnale per i laici, che si occupano delle cose temporali.

In connessione con ciò abbiamo tutta una ecclesiologia, che usò e sviluppò l'immagine dei due fianchi di un unico corpo: quello di destra, spirituale, è costituito dai chierici, quello di sinistra, carnale, è costituito dai laici (cfr Umberto da Silva Candida, Adversus simoniacos III, 9; Honorius Augustodunensis, Summa Gloria, 24; Ugo di San Vittore, De sacramentis, II,  p. 2, c. 3, 4 e 7; Graziano, Decretum c. 7, C. XII, q. 1 [cfr E.A. FRIEDBERG, Corpus Iuris Canonici, Leipzig 1879, I, 678]). 

 

Una prima osservazione: in spiritualibus il laico diventava oggetto del ministero dei preti (cfr il canone 682 del vecchio Codice di Diritto Canonico: i laici hanno il diritto di ricevere dal clero, secondo le regole della disciplina ecclesiastica, i beni spirituali e soprattutto i mezzi necessari alla salvezza). Solo nel sacramento del matrimonio, dove al laico è riconosciuto il ruolo di ministro, si vede come il laico abbia nella Chiesa un ruolo attivo, di pieno diritto, di pieno esercizio, di collaborazione viva nella costituzione di una cellula vivente e vitale della Chiesa. (Nb il fenomeno della confessione fatta a dei laici e del battesimo amministrato da laici in caso di necessità sono evidentemente casi straordinari, pertanto non possono servire per definire il ruolo normale che veniva riconosciuto ai laici in spiritualibus).

 

Seconda osservazione : ruolo più attivo è riconosciuto ai laici in questioni di amministrazione ecclesiastica: i testimoni-missi con compito di denunciare gli abusi degli ecclesiastici di fronte al visitatore; il diritto di certe parrocchie di eleggere il proprio parroco; il diritto di patronato, per cui al fondatore di una chiesa era riconosciuta la facoltà di segnalare al vescovo il chierico, che avrebbe dovuto officiare nella chiesa; con lo sviluppo delle parrocchie cittadine si ebbe il formarsi delle "fabbriche" per la cura della chiesa, in quanto bene materiale.

 

Terza osservazione: la riforma Gregoriana con l'affermazione della soprannaturalità della Chiesa e della auctoritas spiritualis, dette avvio ad un processo di secolarizzazione del temporale, che in precedenza, nell'ordine mitico sacrale dell'Alto medioevo, era considerato solo in relazione alla causa prima.

Questo processo di secolarizzazione trovò valida base teoretica dapprima nel naturalismo, che comparve nel secolo XII, per esempio nella scuola di Chartres e poi soprattutto nella filosofia tomista. Ciò dette avvio ad un processo di laicizzazione sempre più chiara e decisa della comunità umana: i primi a liberarsi dalla tutela ecclesiastica furono i principi e la politica; poi toccò alle diverse attività di beneficenza e alla vita urbana; fu poi la volta delle scienze, del pensiero, della morale e della stessa vita spirituale; infine e in maniera molto più radicale a svincolarsi fu la coscienza popolare, nel vivere il suo quotidiano destino di pena, di gioia, e di speranza...

A partire dunque dalla contrazione della Chiesa nei soli poteri gerarchici si venne a creare tra i due fianchi del corpo ecclesiale una sorta di divorzio: da una parte si ebbe una comunità di uomini, che non sono quasi più dei fedeli e dall'altra si ebbe una istituzione di chierici, i cui problemi, attività, preoccupazioni, linguaggio si distanziavano sempre più da quelli della comunità umana vivente. In fondo la riduzione del vero ruolo dei laici produsse nello stesso tempo un clericalismo da parte della Chiesa e un laicismo da parte del mondo.

 

Quarta osservazione: il movimento di riforma e di rinnovamento religioso, che investì il laicato, non è riducibile alla riforma Gregoriana soltanto: esso, con la riforma Gregoriana, condivise l'ansia di un ritorno alla chiesa apostolica e al Vangelo e oltre la riforma Gregoriana spesso giunse a incarnare questa aspirazione in forme, che sfuggivano all'inquadramento gregoriano dei due fianchi, dei due generi cristiani: alludo alle esperienze religiose di laici, che si avvicinarono alle forme monastiche senza essere tali; alludo alle esperienze apostoliche dei laici, che contrastavano con il principio della "missio canonica" gerarchica.

La Chiesa gregoriana talora riuscì a inquadrare queste esperienze entro le forme tradizionali, talora accettando soluzioni di compromesso. Non sempre però le riuscì e quindi contrastò queste esperienze laicali, contribuendo così allo sviluppo di un radicalismo religioso anti gerarchico ed ereticale.

La forzata riduzione di questi movimenti laterali alle forme istituzionali tradizionali, in fondo misconosceva una componente dell'evangelismo, che le animava: nell’evangelismo di questi movimenti laicali infatti era incluso un giudizio sulle istituzioni sia ecclesiastiche sia monastiche, che non apparivano totalmente consone all'ideale evangelico.

Ad una Chiesa gerarchica che, spingendo all'inquadramento, riaffermava il vecchio principio della perfezione cristiana realizzabile solo nella forma monastica,  questi movimenti laicali contrapponevano l’affermazione  del Vangelo come regola fondamentale della vita cristiana e di conseguenza l’affermazione della relatività della regola monastica quanto a perfezione: si finiva così con il sostenere la possibilità di una vita secondo il Vangelo nei vari stati di vita. 

Quando non riuscirono ad avere accoglienza da parte della Chiesa istituzionale, questi movimenti divennero facilmente terreno di eresia, o perché maturarono posizioni antigerarchiche, o perché, accogliendo elementi estranei alla dottrina cristiana, svilupparono tendenze di tipo illuministico, che rifiutavano i sacramenti, la comunità, la lotta spirituale, a partire dall'idea che la carità, a un certo livello, pone in uno stato di assoluta e definitiva perfezione. 

 

Cfr G. de LAGARDE, Alle origini dello spirito laico, Brescia 1961

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