IL LAICATO DOPO
LA RIFORMA GREGORIANA
Certamente la
riforma Gregoriana ebbe come suo intento precipuo la riforma del clero, la sua
liberazione dalla simonia e dal nicolaismo. D'altra parte non vi è dubbio che
la riforma del clero non si ridusse ad un'azione di moralizzazione di questa
categoria particolare, ma si spinse fino a determinare una mutazione
istituzionale, che coinvolse tutta la società occidentale, laicato compreso.
Di per sé il
motto "libertas Ecclesiae" farebbe supporre un qualcosa, che va ben
oltre la liberazione del clero e delle funzioni sacerdotali dalle ingerenze laicali,
ma in realtà bisogna tenere presente la particolare concezione gregoriana della
Chiesa, che promosse il recupero della spiritualità-soprannaturalità della Chiesa
in funzione antilaicale. La Chiesa era vista come realtà spirituale, retta da
una potestas spiritualis, che era sinonimo di “sacerdozio", in quanto fondata
sul potere di Ordine, che va solo dall’alto verso il basso, ed è esercitato
nella sua forma suprema e fontale dal papa.
in questa
prospettiva il laicato venne escluso da ogni forma di partecipazione attiva
nella gestione del potere ecclesiale e nelle cose spirituali. Classico esempio
di ciò fu il decreto sulle elezioni papale del 1059: esso stabiliva l'elezione
papale in tre momenti:
I.
i cardinali vescovi dovevano designare le
letto,
II.
gli altri cardinali dovevano accedere alla
designazione fatta dai cardinali vescovi,
III.
il clero e il popolo romano dovevano
acclamare l'eletto.
Il decreto
prevedeva inoltre che, in caso di pericolo, l’elezione fosse compiuta fuori
Roma dai cardinali vescovi, coadiuvati per la formalità della proclamazione da
alcuni chierici e laici: l’eletto avrebbe posseduto piena autorità già prima di
essere intronizzato in Roma.
Come si vede
l'elezione del papa si compiva nella sola sfera del potere gerarchico ordinato,
svincolandosi da ogni riferimento ai cittadini romani. Durante la sede vacante l’auctoritas
apostolica non sta più nella intera chiesa romana, ma nei soli cardinali
vescovi.
Analogo
fenomeno si ebbe per le elezioni episcopali: dalla primitiva elezione con
partecipazione del popolo si giunse alla elezione riservata al solo
capitolo.
Anche in
relazione ai concili si modificò il ruolo dei laici. I concili medievali furono
concili papali e pertanto si escluse assolutamente la possibilità che fosse
un laico a convocarli e a presiederli. I laici partecipano ai concili, ma
a che titolo? Il concilio medievale, quando decideva su cose spirituali evidentemente
autorizzava la partecipazione dei soli latori di auctoritas spiritualis. Sotto
questo profilo il ruolo dei laici fu ben definito dal canone 44° del Concilio
Lateranense IV, secondo cui nella Chiesa i laici hanno il dovere di ubbidire e
non di comandare.
Ma il Concilio
medievale decideva anche su cose, che coinvolgevano la sfera temporale (crociate,
lotta contro gli eretici...): solo per questo aspetto i laici, in quanto latori
di potestas in temporalibus, erano autorizzati a prendervi parte.
Come si vede la
riforma Gregoriana radicalizzò la distinzione tra clero e laicato, assegnando a
ciascuno dei due stati un ambito ben preciso: quello spirituale per i chierici,
che si occupano di cose spirituali, quello carnale per i laici, che si occupano
delle cose temporali.
In connessione
con ciò abbiamo tutta una ecclesiologia, che usò e sviluppò l'immagine dei due
fianchi di un unico corpo: quello di destra, spirituale, è costituito dai chierici,
quello di sinistra, carnale, è costituito dai laici (cfr Umberto da Silva Candida,
Adversus simoniacos III, 9; Honorius Augustodunensis, Summa Gloria,
24; Ugo di San Vittore, De sacramentis, II, p. 2, c. 3, 4 e 7; Graziano, Decretum c.
7, C. XII, q. 1 [cfr E.A. FRIEDBERG, Corpus Iuris Canonici, Leipzig
1879, I, 678]).
Una prima
osservazione: in spiritualibus il laico diventava
oggetto del ministero dei preti (cfr il canone 682 del vecchio Codice di
Diritto Canonico: i laici hanno il diritto di ricevere dal clero, secondo le
regole della disciplina ecclesiastica, i beni spirituali e soprattutto i mezzi
necessari alla salvezza). Solo nel sacramento del matrimonio, dove al laico
è riconosciuto il ruolo di ministro, si vede come il laico abbia nella Chiesa
un ruolo attivo, di pieno diritto, di pieno esercizio, di collaborazione viva
nella costituzione di una cellula vivente e vitale della Chiesa. (Nb il
fenomeno della confessione fatta a dei laici e del battesimo amministrato da
laici in caso di necessità sono evidentemente casi straordinari, pertanto non
possono servire per definire il ruolo normale che veniva riconosciuto ai laici
in spiritualibus).
Seconda
osservazione : ruolo più attivo è riconosciuto ai
laici in questioni di amministrazione ecclesiastica: i testimoni-missi con
compito di denunciare gli abusi degli ecclesiastici di fronte al visitatore; il
diritto di certe parrocchie di eleggere il proprio parroco; il diritto di
patronato, per cui al fondatore di una chiesa era riconosciuta la facoltà di
segnalare al vescovo il chierico, che avrebbe dovuto officiare nella chiesa;
con lo sviluppo delle parrocchie cittadine si ebbe il formarsi delle
"fabbriche" per la cura della chiesa, in quanto bene materiale.
Terza
osservazione: la riforma Gregoriana con l'affermazione
della soprannaturalità della Chiesa e della auctoritas spiritualis, dette avvio
ad un processo di secolarizzazione del temporale, che in precedenza,
nell'ordine mitico sacrale dell'Alto medioevo, era considerato solo in
relazione alla causa prima.
Questo processo
di secolarizzazione trovò valida base teoretica dapprima nel naturalismo, che
comparve nel secolo XII, per esempio nella scuola di Chartres e poi soprattutto
nella filosofia tomista. Ciò dette avvio ad un processo di laicizzazione sempre
più chiara e decisa della comunità umana: i primi a liberarsi dalla tutela
ecclesiastica furono i principi e la politica; poi toccò alle diverse attività
di beneficenza e alla vita urbana; fu poi la volta delle scienze, del pensiero,
della morale e della stessa vita spirituale; infine e in maniera molto più radicale
a svincolarsi fu la coscienza popolare, nel vivere il suo quotidiano destino di
pena, di gioia, e di speranza...
A partire
dunque dalla contrazione della Chiesa nei soli poteri gerarchici si venne a
creare tra i due fianchi del corpo ecclesiale una sorta di divorzio: da una
parte si ebbe una comunità di uomini, che non sono quasi più dei fedeli e dall'altra
si ebbe una istituzione di chierici, i cui problemi, attività, preoccupazioni,
linguaggio si distanziavano sempre più da quelli della comunità umana
vivente. In fondo la riduzione del vero ruolo dei laici produsse nello
stesso tempo un clericalismo da parte della Chiesa e un laicismo da parte del
mondo.
Quarta
osservazione: il movimento di riforma e di rinnovamento
religioso, che investì il laicato, non è riducibile alla riforma Gregoriana
soltanto: esso, con la riforma Gregoriana, condivise l'ansia di un ritorno alla
chiesa apostolica e al Vangelo e oltre la riforma Gregoriana spesso giunse a
incarnare questa aspirazione in forme, che sfuggivano all'inquadramento
gregoriano dei due fianchi, dei due generi cristiani: alludo alle esperienze
religiose di laici, che si avvicinarono alle forme monastiche senza essere tali;
alludo alle esperienze apostoliche dei laici, che contrastavano con il
principio della "missio canonica" gerarchica.
La Chiesa gregoriana
talora riuscì a inquadrare queste esperienze entro le forme tradizionali, talora
accettando soluzioni di compromesso. Non sempre però le riuscì e quindi
contrastò queste esperienze laicali, contribuendo così allo sviluppo di un
radicalismo religioso anti gerarchico ed ereticale.
La forzata
riduzione di questi movimenti laterali alle forme istituzionali tradizionali,
in fondo misconosceva una componente dell'evangelismo, che le animava: nell’evangelismo
di questi movimenti laicali infatti era incluso un giudizio sulle istituzioni
sia ecclesiastiche sia monastiche, che non apparivano totalmente consone
all'ideale evangelico.
Ad una Chiesa
gerarchica che, spingendo all'inquadramento, riaffermava il vecchio principio
della perfezione cristiana realizzabile solo nella forma monastica,
questi movimenti laicali contrapponevano l’affermazione del Vangelo come regola
fondamentale della vita cristiana e di conseguenza l’affermazione della
relatività della regola monastica quanto a perfezione: si finiva così con il
sostenere la possibilità di una vita secondo il Vangelo nei vari stati di
vita.
Quando non
riuscirono ad avere accoglienza da parte della Chiesa istituzionale, questi
movimenti divennero facilmente terreno di eresia, o perché maturarono posizioni
antigerarchiche, o perché, accogliendo elementi estranei alla dottrina cristiana,
svilupparono tendenze di tipo illuministico, che rifiutavano i sacramenti, la comunità,
la lotta spirituale, a partire dall'idea che la carità, a un certo livello,
pone in uno stato di assoluta e definitiva perfezione.
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