LA POLITICA DEGLI IMPERATORI NEI CONFRONTI DEL PAGANESIMO
NEL IV SECOLO
Prima di considerare in maniera
dettagliata l’azione politica dei vari imperatori è senz’altro opportuno
richiamare quale peso abbia assunto il potere imperiale nella conduzione politica
dell’Impero.
Verso la fine del II secolo, come dicemmo,
l’Impero si trovò costretto a fare ricorso a una politica di militarizzazione
per far fronte alla difesa dei confini, minacciati dai barbari e dai Persiani.
Ne conseguì che accanto alla consueta diarchia di aristocrazia senatoria e
potere imperiale si impose una terza forza, l’esercito, compromettendo
l’equilibrio del consueto sistema di governo.
Buona parte del III secolo fu dominata dal
caos delle migrazioni e dell’anarchia: in questo contesto il potere imperiale
prevalse per via di una trasformazione del suo carattere originario: tramontò
definitivamente l’ideale dell’imperatore princeps e si impose l’ideale
dell’imperatore dominus. Ciò si compì prima di tutto grazie all’allontanamento
dell’aristocrazia senatoria dalle leve del potere militare e politico: artefici
di ciò furono soprattutto gli imperatori Gallieno e Diocleziano.
In secondo luogo il potere imperiale si
garantì l’appoggio dell’esercito, sia concedendo agevolazioni ai militari, sia
aprendo la carriera militare anche ai gradi inferiori.
In terzo luogo il potere imperiale si
consolidò, creandosi un nuovo e potente appoggio: dette vita infatti ad un
enorme apparato burocratico centralizzato, al quale affidò l’amministrazione
dello Stato.
Questa singolare posizione di potere
raggiunta dall’imperatore trovò poi una solida fondazione teorica: la classica
lex regia di Ulpiano, secondo la quale il popolo romano quale primario e
fondamentale possessore del potere imperiale lo delegherebbe al princeps, fu
soppiantata da una nuova teoria, che faceva invece derivare il potere imperiale
dall’alto, dalla divinità.
Questa mistica imperiale trovò uno
sviluppo particolare sotto Diocleziano (284-305), che, poiché si riteneva
legato a Giove in maniera singolare, si proponeva come imperatore, che per
ispirazione divina era dotato di qualità sovrumane, quali la clemenza, la
giustizia, la pietas, la filantropia. Diocleziano poi a questa mistica
imperiale dette un’altisonante espressione esteriore, dando vita ad uno
sfarzoso cerimoniale di corte.
Ovviamente in questa prospettiva
l’atteggiamento dei sudditi verso il sovrano venne a rivestire un carattere
religioso, si configurò come devotio. Da parte sua il dominus ricambiò questa
devotio, assumendo nei confronti dei sudditi l’atteggiamento della generosità.
Come si vede, tra dominus e sudditi, si instaurò una sorta di scambio, che non
era tanto di diritto pubblico, ma era piuttosto di ordine morale.
Con la cristianizzazione dell’Impero si
mantenne questa concezione sacrale della funzione imperiale, a proposito della
quale va rilevato che da un lato codificava un esercizio assolutistico e
personalistico del potere imperiale e dall’altro però impediva che se ne desse
una interpretazione arbitraria, dal momento che il potere imperiale doveva
tenere conto dell’esigenza di rispettare quell’ordine divino, dal quale appunto
traeva la sua origine, la sua forza e il suo valore.
A questo punto diventa possibile
comprendere la notevole incidenza della politica religiosa degli imperatori.
In generale si può dire che nel corso del
IV secolo fino al 408 lo Stato cristiano praticò un reale liberalismo nei
confronti delle persone: in certi anni accadeva che quasi tutte le leve del
comando fossero nelle mani di alti funzionari pagani, ad esempio nel 384.
Costantino: per valutare
rettamente la sua politica religiosa occorre accedere alle fonti letterarie con
molta prudenza. Quelle cristiane, a partire da quelle di Eusebio di Cesarea,
seguito poi da quelle di Giovanni Crisostomo, di Prudenzio, di Orosio, di
Socrate, tendono evidentemente a esagerare l’antipaganesimo ed il
filo-cristianesimo di Costantino. Se ad esse si accosta la produzione
letteraria pagana per via diversa e contraria si giunge allo stesso risultato:
in nome del risentimento gli autori pagani attribuirono alla svolta
costantiniana una radicalità anti-pagana e filo-cristiana.
Prima di tutto invece va messo in evidenza
che per Costantino il riconoscimento della legalità del cristianesimo non
comportò affatto la proscrizione legale del paganesimo. Costantino, infatti,
mantenne il titolo di Pontifex Maximus; alla fondazione di Costantinopoli fece
praticare anche i tradizionali riti pagani; in Costantinopoli non solo lasciò
sussistere i templi pagani esistenti, ma anche ne fece costruire di nuovi:
pertanto non ha fondamento la tesi che vuole che la fondazione di
Costantinopoli, quale nuova Roma cristiana, fu voluta in contrapposizione alla
vecchia Roma pagana.
Anche i vari provvedimenti contro
l’aruspicina privata, contro il tempio di Afrodite a Ierapoli e contro il
tempio di Esculapio ad Ege (Cilicia), non mirarono affatto a distruggere il
paganesimo, mirarono invece a purificarlo sia dai disordini morali sia dalla
superstitio, che è degenerazione della vera religio.
A proposito dell’avversione del potere
imperiale nei confronti delle pratiche pagane private e dell’aruspicina va
detto che non era dettata dal fatto che vi si vedeva un’alternativa al culto
ufficiale, ma piuttosto dal fatto che il potere imperiale attribuiva un vero
potere malefico alle pratiche magiche e pertanto temeva che in tali riunioni
segrete private si congiurasse contro l’autorità costituita, sia
preannunciandone o decretandone la fine, sia additando il probabile successore.
Tanti favori che Costantino concesse al
Cristianesimo furono dettati da preoccupazioni di tipo giuridico. Le
restituzioni miravano a eliminare le precedenti lesioni del diritto.
L’affermazione della parità giuridica del cristianesimo rispetto alle altre religioni
doveva poi trovare applicazione concreta: da qui l’abolizione delle leggi
romane contrarie al cristianesimo: ad es. la proibizione del celibato; da qui
l’introduzione di leggi miranti ad assicurare uno spazio effettivo ai cristiani
nella vita sociale: ad es. la domenica viene posta alla pari delle festività
pagane; anche alle chiese cristiane viene riconosciuto il diritto di ricevere
donazioni e lasciti; all’edilizia cristiana vengono concesse agevolazioni
imperiali come avveniva per l’edilizia pagana.
Certamente però non si può negare che
Costantino, intensificandosi sempre più la sua adesione alla fede cristiana,
abbia riservato al cristianesimo un trattamento di predilezione: penso ad
esempio al provvedimento che concedeva ai cristiani la facoltà di ricorrere per
cause civili ai tribunali episcopali invece che ai tribunali civili; penso
anche ai ripetuti interventi nelle controversie ariana e donatista.
Ma si trattò sempre di una predilezione
che non comportò affatto una riduzione o un misconoscimento della legittimità
del paganesimo. Sul piano della liceità giuridica le due religioni godettero di
una situazione di parità.
In questa prospettiva di parità giuridica
è senz’altro significativo che Costantino non volle mai sostenere l’attività
missionaria cristiana, esercitando sulle coscienze pressioni di tipo militare o
politico: pur desiderando che nell’Impero si instaurasse l’unità religiosa,
Costantino non forzò mai i tempi, preferì sempre rispettare la libertà delle
coscienze e confidare nella forza attrattiva del messaggio cristiano.
I
figli di Costantino: nel 337, alla morte di Costantino, dopo alcuni mesi
di incertezza, assunsero il titolo imperiale i suoi tre figli.
Costantino II ebbe potere sulla
Prefettura Occidentale, che comprendeva Britannia, Gallia Viennese, Spagna,
Mauritania Tingitana e stabilì la sua residenza imperiale a Treviri.
Costante, il figlio minore, fu posto a
governare sulla Prefettura Centrale, che comprendeva Africa, Italia
Settentrionale, Italia Annonaria, Pannonia, Dacia, Macedonia. La residenza
imperiale fu situata a Sirmio.
Nel 340 Costante ebbe la meglio sul
fratello Costantino II, annettendo al suo potere anche la Prefettura
Occidentale e trasferendo la sede imperiale a Milano.
Costanzo, infine, governò sulla Prefettura Orientale,
che comprendeva Tracia, Asia, Ponto, Oriente. Antiochia fu la residenza
imperiale prevalente.
A partire dal 350 Costanzo rimase unico
imperatore, essendo morto il fratello Costante.
Nei tre nuovi imperatori, educati
cristianamente, si attenuò notevolmente l’atteggiamento di moderazione e di
tolleranza religiosa, che aveva contraddistinto la politica paterna. Infatti
cominciarono ad apparire le prime misure antipagane, che manifestavano la
volontà imperiale di eliminare il paganesimo dalla vita pubblica per favorire,
anche con l’appoggio del potere statale, la cristianizzazione dell’Impero. In
genere a dimostrazione di ciò si adduce una legge del 341, dove compare questa
affermazione: “Cesset superstitio,
sacrificiorum aboletur insania” (Cod. Theod. XVI,X,2).
In realtà nell’interpretazione di questo passo la
storiografia è tutt’altro che unanime, in quanto nel linguaggio del IV secolo
il termine “superstitio” era suscettibile di diversi significati. I pagani lo
usavano per indicare le deviazioni della vera religio, cioè le divinazioni, i
sacrifici occulti. I cristiani, invece, applicavano la qualifica di
“superstitio” al paganesimo in blocco, perché sarebbe una ficta religio. Come
interpretare allora la legge del 341? Alcuni, come F. MATROYE, La répression de la magie et le culte des gentils au IVe
siècle : Revue
Historique de Droit Français et Étranger IX (1939), 669 ss e R. RÉMONDON, La crisi dell'Impero romano. Da Marco
Aurelio ad Anastasio, Milano 1975, p.128 ritengono che
“superstitio” sia stato usato nel senso pagano e pertanto la legge avrebbe di
mira le pratiche di divinazione, i sacrifici occulti e quindi la legge del 341
sarebbe perfettamente in linea con la legislazione precedente di Costantino. Ciò
sarebbe confermato dalla legislazione successiva di Costanzo, dove comparivano
minacce contro coloro che praticavano la magia, i sacrifici notturni, contro
gli auguri, gli indovini, gli stregoni ed i loro clienti (23 novembre 353; 25
gennaio 357; luglio 357). Simmaco nella sua Relatio III confermerebbe questa
interpretazione, laddove afferma a proposito di Costanzo: “Non tolse nulla ai
privilegi delle vergini consacrate. Assunse molti nobili alle funzioni
sacerdotali; non rifiutò alcun credito alle cerimonie romane. Durante la visita
a Roma (357) Costanzo guardò i templi non senza commozione, ne ammirò
l’architettura. Sebbene personalmente seguisse un’altra religione, consentì
quella pagana all’Impero” (6-7).
Altri come J. GEFFCKEN, Der Ausgang des
griechisch-römischen Heidentums, Heidelberg 1920, p.97 e
P. DE LABRIOLLE, Cristianesimo e
paganesimo alla metà del IV secolo : Storia della
Chiesa III/1 (Fliche, Martin) Torino 1972, pp
224-225 ritengono che il termine “superstitio” fu usato secondo l’accezione
cristiana, per cui la legge avrebbe comportato la proibizione in blocco del
paganesimo. Ciò troverebbe conferma in provvedimenti successivi, quali la legge
1 dicembre 356, che così si esprimeva: “È nostro volere che in ogni luogo ed in
ogni città i templi siano immediatamente chiusi, ne sia interdetto l’accesso a
chiunque e negata ai depravati la facoltà di predicarvi. Noi vogliamo pure che
tutti si astengano dai sacrifici. Chiunque avrà commesso una colpa di questo
genere sia colpito dalla spada vendicatrice. Il fisco rivendicherà i beni del
defunto. I governatori delle province, che trascureranno di punire questi
delitti, subiranno gli stessi castighi”. Il retore Libanio in una sua opera ci
dà testimonianza a favore di questa interpretazione: “Spiegati dunque: che
intendi con questa spaventosa tempesta? Intendo alludere al tempo di Costanzo, il
male era venuto da suo padre; ma egli ne propagò la scintilla, l’attizzò, ne suscitò
un vasto incendio. Suo padre aveva spogliato gli dei delle loro ricchezze, egli
atterrò i templi, abolì tutti i sacri riti…” (oratio 30 – πρός τούς είς τήν
παιδείαν αυτϖν αποσϰώψαντας, § 8).
Propongo di non usare le due
interpretazioni, contrapponendole, ma accostandole: la politica religiosa dei
successori immediati di Costantino si caratterizzerebbe per una progressiva
radicalizzazione dell’antipaganesimo: la legge del 341 interpretata come
proibizione della magia e dei sacrifici occulti rappresenterebbe il terminus a
quo, la legge del 356 invece sarebbe il terminus ad quem e si situerebbe nel
tempo in cui il potere è tutto e solo nelle mani di Costanzo, che certamente
dei tre fratelli era il meno moderato in materia religiosa. Questa progressiva radicalizzazione
antipagana spiegherebbe i saccheggi, le distruzioni perpetrati da esponenti
cristiani contro templi pagani: le fonti storiche però ci testimoniano solo 4
casi e tutti ambientati nella parte orientale dell’Impero. Questo dato può
portarci a comprendere che la progressiva radicalizzazione operata a livello
legislativo non trovò molto seguito a livello pratico. Le sanzioni previste per
i governatori inadempienti dalla legge del 356 ne sono una testimonianza
eloquente.
Soprattutto in Occidente prevalse la
linea della moderazione, perché bisognava tenere conto sia della posizione
ancora maggioritaria del paganesimo, sia della fede pagana dell’aristocrazia
senatoria, che rappresentava pur sempre una forza non trascurabile. Ciò
spiegherebbe la testimonianza di Simmaco e l’atteggiamento tenuto da Costanzo
in occasione del suo soggiorno romano del 357.
Alla luce di questa progressiva
radicalizzazione antipagana la reazione di Giuliano acquista maggiore
chiarezza.
Il ventennio successivo alla breve stagione
di Giuliano vede imperatori cristiani propensi a praticare una politica di
grande tolleranza nei confronti del paganesimo ufficiale e di avversione nei
confronti delle deviazioni superstiziose. Così Gioviano che governò solo 8 mesi
(dal 27 giugno 363 al 17 febbraio 364), così Valentiniano I, che governò
l’Occidente dal 364 al 375, così Valente, fratello di Valentiniano I, che
governò l’Oriente dal 364 al 378.
Con
Graziano, che prese nelle sue mani il potere in Occidente dopo la morte di
Valentiniano I, finì del tutto la politica della pari legittimità. A partire
dal 379, infatti, sotto l’influenza di Ambrogio, Graziano promosse una decisa
politica di sganciamento dello Stato dal paganesimo. Lo provano 3
provvedimenti:
1. 379:
Graziano decise di non portare più il titolo di Pontifex Maximus;
2. 382:
Graziano ordinò che in Senato venisse rimossa l’ara sacrificale, che stava
davanti alla statua della Vittoria;
3. Sempre
nel 382: Graziano privò il culto pagano, i templi, i sacerdoti, le vestali sia
dei privilegi fiscali e giuridici sia dei sussidi statali.
Secondo
la nostra mentalità moderna, potremmo vedere in Graziano l’intenzione di
costruire una pace religiosa fondata sulla aconfessionalità dello Stato: così
interpreteremmo la rinuncia dell’imperatore ad attribuirsi prerogative di
natura religiosa, così interpreteremmo la decisione di abolire pratiche
cultuali in Senato, essendo il Senato un organo politico dello Stato; lo Stato
in quanto aconfessionale quindi non sosterrebbe più il culto pagano come di
fatto non sostiene il culto cristiano. In verità si tratta di una
interpretazione anacronistica. Graziano non intese limitarsi a interdire il
culto pagano per porre fino al paganesimo di Stato, perché Graziano a mano a
mano che allontanava lo Stato dal paganesimo lo avvicinava al cristianesimo, lo
cristianizzava: a livello fiscale il clero fruì di esenzioni, a livello
giudiziario i vescovi continuarono a godere di una vera e propria giurisdizione
anche civile, sempre a livello giudiziario si tollerò il diritto di asilo da
parte dei vescovi e si
rinsaldò sempre più il privilegium fori per il clero. Ma più significativo
ancora fu il provvedimento del 378, in cui Graziano si adeguò ad una decisione
del Sinodo romano di quello stesso anno: vi si stabilì che nelle questioni
inerenti il privilegium fori e nelle questioni interne della giustizia
ecclesiastica gli unici tribunali competenti erano il tribunale episcopale in
prima istanza e poi il concilio diocesano, e poi ancora il concilio provinciale
e alla fine la Sede Romana come suprema istanza di appello. Si aggiunse poi che
lo Stato aveva il dovere di rendere esecutoria la sentenza del competente
tribunale ecclesiastico. Come si vede, quindi, Graziano accettò di assumere il
ruolo di braccio secolare della Chiesa.
Nel gennaio 379 in Oriente fu
proclamato imperatore Teodosio, che dal 392 al 395 poi rimase unico imperatore.
Nella politica religiosa di
Teodosio possiamo distinguere due momenti.
Il
primo momento
si concluse verso il 390 e vide un Teodosio impegnato in una politica religiosa
legata alla prospettiva orientale. Chiaro segno di ciò è l’editto “Cunctos populos” emanato a Tessalonica
il 27 febbraio 380, insieme con gli altri due imperatori Graziano e Valentiniano
II: “Vogliamo che tutti i popoli che
ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio perseverino nella religione che
san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal pontefice
Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè
che, conformemente all''insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si
creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre
persone uguali. Coloro che seguono questa norma verranno chiamati Cristiani cattolici,
gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non
attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal
castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste” (Cod. Just.
I,1). La sede di emanazione dell’editto, Tessalonica, dice che il peso di
Teodosio fu preponderante e che gli altri due imperatori giocarono un ruolo di
secondo piano, perciò consideriamo l’editto espressione della prospettiva
orientale.
Questo editto
è stato variamente valutato: alcuni vi hanno visto una professione di fede
personale e privata dell’imperatore Teodosio; altri invece ritengono che si
tratti di un manifesto, di un proclama politico. A mio avviso questa seconda
posizione è la più attendibile: si deve infatti rilevare che l’editto è stato
introdotto sia nel Codex Theodosianus sia nel Codex Iustinianus come documento
imperiale di rilevanza giuridica; va inoltre rilevato che il legislatore
commina sanzioni per le infrazioni, dandogli quindi un carattere che andava ben
oltre la sfera della sua propria fede privata.
Ma passiamo a
considerare la politica religiosa, che vi viene espressa.
L’editto
“Cunctos populos” va letto nel contesto orientale, dove il cristianesimo era
diventato presenza massiccia e di gran lunga maggioritaria. Teodosio volle
stabilire con il Cristianesimo un rapporto non solo preferenziale ma
addirittura esclusivo. Nacque così la Chiesa di Stato, nella quale dobbiamo
scorgere due aspetti.
1.
L’aspetto
dell’appoggio reciproco: il Cristianesimo appoggia l’Impero e a sua volta
l’Impero appoggia il Cristianesimo. Si noti però che il Cristianesimo in quel
momento era diviso in varie sette, che erano in lotta tra loro e quindi non era
in grado di offrire allo Stato un appoggio consistente. Per offrire allo Stato
un appoggio significativo il Cristianesimo aveva bisogno di trovare unità. Per
questa ragione lo Stato decise di dare al Cristianesimo un appoggio, che ne
favorisse l’unificazione, aiutandolo a uscire dalle sue dilacerazioni interne,
che lo indebolivano. Era condizione necessaria perché il Cristianesimo potesse
svolgere un ruolo positivo nello Stato.
2.
L’aspetto dell’intervento del potere imperiale
nella vita del Cristianesimo: il Cristianesimo orientale diviso aveva offerto
spazio al potere imperiale cristiano per intervenire in funzione di arbitrato.
Venne così a formarsi una prassi abituale e indiscutibile di interventi
imperiali nella vita della Chiesa. “Cunctos populos” fu appunto l’intervento
imperiale che decise tra le varie tendenze, optando per quella
cattolico-romana. Conseguentemente il potere imperiale impegnò tutta la sua
forza per fare prevalere la posizione cattolico-romana e per fare scomparire le
tendenze ariane. L’intervento di Teodosio non si pose su un piano magisteriale,
perché non pretese di essere lui a decidere i contenuti della fede cristiana,
ma indicò i riferimenti magisteriali ai quali bisognava fare riferimento: san
Pietro, Damaso, vescovo di Roma e Pietro, patriarca di Alessandria.
Certamente in prospettiva
Teodosio auspicava che il paganesimo addivenisse ad una adesione al
cristianesimo cattolico, ma la sua preoccupazione prima fu rivolta al
costituirsi di una comunità cristiana solida, sicura e perciò portata ad
assumere nei confronti del paganesimo oramai minoritario e insignificante un
atteggiamento non più aggressivo ma irenico. Un cristianesimo aggressivo
avrebbe comportato turbamento di una vita sociale pacifica. Pertanto fino al
390 Teodosio espresse una politica all’insegna della tolleranza nei confronti
del paganesimo.
Il secondo
momento: a partire dal 390 l’atteggiamento di
Teodosio subì un cambiamento sostanziale, facilmente comprensibile. Per
esigenze politiche dal 388 al 392 Teodosio si trasferì nella parte Occidentale,
portandovi sia la sua mentalità orientale di ingerenza ecclesiale sia il suo
atteggiamento orientale di irenismo verso un paganesimo oramai in via di
estinzione.
Per Teodosio l’impatto con
la cristianità occidentale non fu facile, proprio perché qui era maturata una
concezione diversa. Poiché in Occidente per buona parte del IV secolo il
cristianesimo fu presenza minoritaria, il potere imperiale fino a Graziano non
aveva qui sentito la propensione di appoggiarsi alla Chiesa. Si era pertanto
sviluppata una mentalità di indipendenza della Chiesa da ingerenze imperiali.
Questa indipendenza comportava da un lato la non subordinazione del potere
spirituale dei vescovi all’autorità temporale in cose spirituali e dall’altro
la subordinazione del potere temporale ai vescovi in questioni spirituali (si
ricordi la lettera 17 di sant’Ambrogio a Valentiniano II a proposito della
relatio di Simmaco). Teodosio nel 390, dopo l’eccidio di Tessalonica, dovette
fare i conti con questa mentalità e sottomettersi per ingiunzione di Ambrogio
alla penitenza pubblica.
Dal momento che la
questione del paganesimo era questione religiosa, Teodosio in Occidente si
trovò costretto a regolarsi secondo le prospettive e le direttive dei vescovi
occidentali, soprattutto di sant’Ambrogio.
In Occidente il
Cristianesimo, che per buona parte del IV secolo era stato minoritario rispetto
al paganesimo e solo ora nello scorcio finale del IV secolo si trovava a vivere
una stagione di grande sviluppo, aveva maturato nei confronti del paganesimo un
atteggiamento di contrasto, di lotta: il paganesimo era il grande nemico da
debellare.
Da qui la svolta nella
politica religiosa di Teodosio:
·
24 febbraio 391:
proibizione di ogni cerimonia pagana nella città di Roma (basta sacrifici,
basta visite ai templi, basta omaggi agli idoli):
·
16 giugno 391: estensione
della stessa disposizione all’Egitto:
·
8 novembre 392: emanazione
di un editto che vieta in tutto l’Impero di offrire sacrifici, di onorare i lari
con il fuoco, i geni con libagioni, i penati con l’incenso.
Quindi dalla pari
legittimità voluta da Costantino si giunse alla soppressione legale del
paganesimo e all’assunzione del Cristianesimo cattolico come religione di Stato.
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